Domenica 20 agosto comincia il campionato di calcio e, al di là degli aspetti tecnici e delle passioni sportive, ritorna la questione del razzismo negli stadi.
Già si sono ascoltate solenni dichiarazioni di impegno a evitare ciò che continua ad accadere a danno degli atleti di colore, o meglio di colore diverso dal bianco: insulti, cori, striscioni offensivi e via elencando.
Il tema però non è confinato negli stadi di calcio. Esso investe l’intera società italiana, in molti modi: segregazione abitativa, profilazione razziale nel lavoro, peggiore stato di salute, fallimenti nei percorsi scolastici, tanto per citarne alcuni. Semmai il calcio ne è uno specchio inquietante per la sua visibilità.
Tra i modi più frequenti di scansare il problema ce ne sono due. Uno è minimizzare, riducendo quello che avviene in termini di discriminazioni su base razziale a singoli episodi, per ciascuno dei quali si trova una ragione particolarissima: si guarda l’albero per non vedere la foresta.
L’alt…
Domenica 20 agosto comincia il campionato di calcio e, al di là degli aspetti tecnici e delle passioni sportive, ritorna la questione del razzismo negli stadi.
Già si sono ascoltate solenni dichiarazioni di impegno a evitare ciò che continua ad accadere a danno degli atleti di colore, o meglio di colore diverso dal bianco: insulti, cori, striscioni offensivi e via elencando.
Il tema però non è confinato negli stadi di calcio. Esso investe l’intera società italiana, in molti modi: segregazione abitativa, profilazione razziale nel lavoro, peggiore stato di salute, fallimenti nei percorsi scolastici, tanto per citarne alcuni. Semmai il calcio ne è uno specchio inquietante per la sua visibilità.
Tra i modi più frequenti di scansare il problema ce ne sono due. Uno è minimizzare, riducendo quello che avviene in termini di discriminazioni su base razziale a singoli episodi, per ciascuno dei quali si trova una ragione particolarissima: si guarda l’albero per non vedere la foresta.
L’altro è quello di ricondurre questi fatti ad atteggiamenti e comportamenti individuali: se il razzismo esiste, insomma, è dovuto a cattiva educazione o ad abitudini incivili di singole persone.
Da tempo, invece, la ricerca scientifica ha definito il fenomeno in termini di razzismo “strutturale” o “sistemico”: un tipo di razzismo che, indipendentemente dalle intenzioni degli individui, è presente in credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche, atti giuridici, politici, istituzionali, sociali, che stigmatizzano e discriminano categorie di persone etichettandole come diverse e inferiori.
Il “colorismo” è un aspetto di questo fenomeno: consiste nel privilegiare le persone con la carnagione più chiara.
Cosa c’entra tutto questo con noi e in particolare con il calcio? C’entra perché un recente articolo (di cui ha dato notizia il periodico online Valori) di due ricercatori di università nordamericane, Beatrice Magistro e Morgan Wack, lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio.
I due studiosi hanno analizzato tutte le partite di Serie A del periodo 2009-2021 e hanno rilevato che ai giocatori di pelle nera, rispetto ai colleghi bianchi, vengono fischiati il 20% di falli e comminate l’11% di ammonizioni e il 16% di espulsioni in più. E ciò malgrado il fatto che i giocatori bianchi siano la maggioranza e siano protagonisti di più contrasti di quelli neri.
Questo scarto, invece, durante la pandemia, quando le partite si svolgevano senza il pubblico, era irrilevante.
Difficile che tutto questo si possa considerare la somma di eventi casuali o di comportamenti di singoli arbitri.
Si tratta, appunto, di un fenomeno strutturale: quando c’è il pubblico, quanto maggiore il colore della pelle è scuro, più è probabile che gli arbitri sanzionino i giocatori fischiando falli e somministrando cartellini gialli e rossi.
Certo, il colore della pelle è solo uno dei fattori che, intersecandosi con altri (come la condizione sociale, il reddito o il genere), produce discriminazione.
Però, in un Paese che ha sempre fatto finta di non avere una sua storia coloniale e in cui la sfida della immigrazione è relativamente recente, conta più di quanto ci ostiniamo a credere, soprattutto perché non lo riconosciamo.
Sarebbe bello che, al di là di proclami regolarmente smentiti dai fatti, chi di dovere si preoccupasse di inserire questi temi nel percorso formativo degli arbitri di calcio.
Non si può, infatti, non concordare con gli autori della ricerca quando concludono: “Se arbitri formati sono incapaci di limitare al massimo i propri pregiudizi, è improbabile che una folla di tifosi non formati e non motivati possano contrastare i loro”.