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Spagna, come si ferma la destra

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La certezza ancora non c’è, ma l’indizio è pesante. Il Congresso dei deputati spagnolo ha eletto la sua presidente, la socialista Francina Armengol, con 178 voti e tra questi ci sono anche quelli di Junts, il partito indipendentista catalano il cui via libera è decisivo per permettere a Pedro Sanchez di continuare a governare il Paese. In una Spagna divisa in due dal voto, e con molti piccoli partiti a trazione locale a fare da ago della bilancia, il leader del Partito socialista operaio potrebbe aver trovato il pertugio giusto per cavare una maggioranza dallo stallo delle urne. Così fosse, la scelta di Sanchez di tornare subito al voto dopo la crisi del suo precedente governo si trasformerebbe in un capolavoro, un caso di studio che farà scuola per decenni.

Siccome siamo sempre in cerca di lezioni dall’estero, segno di bassa fortuna, stavolta si può davvero dire che dalla Spagna ne arrivano due in un colpo solo, forti e chiare. La prima è generale, parla a tutti perché ha a che far…

La certezza ancora non c’è, ma l’indizio è pesante. Il Congresso dei deputati spagnolo ha eletto la sua presidente, la socialista Francina Armengol, con 178 voti e tra questi ci sono anche quelli di Junts, il partito indipendentista catalano il cui via libera è decisivo per permettere a Pedro Sanchez di continuare a governare il Paese. In una Spagna divisa in due dal voto, e con molti piccoli partiti a trazione locale a fare da ago della bilancia, il leader del Partito socialista operaio potrebbe aver trovato il pertugio giusto per cavare una maggioranza dallo stallo delle urne. Così fosse, la scelta di Sanchez di tornare subito al voto dopo la crisi del suo precedente governo si trasformerebbe in un capolavoro, un caso di studio che farà scuola per decenni.

Siccome siamo sempre in cerca di lezioni dall’estero, segno di bassa fortuna, stavolta si può davvero dire che dalla Spagna ne arrivano due in un colpo solo, forti e chiare. La prima è generale, parla a tutti perché ha a che fare con il credito alla politica e la fiducia nelle sue possibilità. Per quanti anni abbiamo sentito leader italiani di ogni colore, più spesso di centrosinistra, invocare come svolta epocale il varo di un sistema elettorale che garantisse di avere il nome del vincitore delle elezioni la sera stessa del voto? La complessità trasformata in riffa. Poi accade di verificare più e più volte nel corso degli anni che non funziona così in nessuna democrazia parlamentare, nemmeno nella Gran Bretagna patria del più secco e spietato dei sistemi uninominali, e soprattutto succede che la Spagna dimostri una volta di più che non è colpa di un sistema elettorale se una maggioranza uscita dalle urne non c’è. Dunque dal giorno del voto passano settimane di trattative più o meno pubbliche per formare una coalizione di governo, come è normale in un Paese che non ha subito un declino populista come il nostro e che quindi non vive come una disgrazia un verdetto elettorale equilibrato senza chiari vincitori e vinti (a parte i neofranchisti di Vox amici di Meloni), né ha l’ansia di trasformare la complessità delle scelte dei cittadini nel responso immediato di un gratta e vinci tramite qualche magheggio o porcata.

La seconda lezione è per l’opposizione. Testimonia la fatica della mediazione, lo sforzo di sottrarre i partiti con vocazione di governo alla tentazione del posizionamento continuo e mediatico, alla giostra delle sterili quanto roboanti dichiarazioni di principio, mai con Tizio, mai con Sempronio, quasi tutte peraltro tradite nei fatti, a dimostrazione del dilettantismo che le partorisce. Se a Sanchez riuscirà di tornare al governo della Spagna a capo di una coalizione così frastagliata, il cammino sarà difficile e l’esito incerto. Ma il successo del leader spagnolo dimostrerebbe dove può arrivare una politica matura, capace di provare a ottenere risultati concreti e possibili anziché arroccarsi su piccole inutili rendite di posizione poco più che personali, peraltro. Sanchez spiega agli aspiranti anti-Meloni che per provare a battere le destre non esistono scorciatoie, alchimie elettorali e nemmeno miracoli, perché il suo non lo è, al contrario è la prova di cosa significa lavorare sui punti di contatto anziché su quelli di divisione, sulla volontà di cambiare le cose piuttosto che sull’abitudine di dichiararlo al bar per cavarne una bevuta gratis.

Ci sarebbe poi la terza lezione, così evidente che pare inutile sottolinearlo. Quando un sistema si impantana, è agli elettori che bisogna chiedere di sbloccarlo, e se risuccede, chiederlo di nuovo. Qui c’è senz’altro la più grande distanza tra Sanchez e i suoi omologhi a capo del Pd, un partito capace di fuggire le urne per volontà interna quasi unanime persino dopo che a tracollare era stato non un proprio governo, come appunto in Spagna pochi mesi fa, bensì un esecutivo a trazione destra come quello gialloverde di Lega e Movimento 5 Stelle. La democrazia funziona ancora, se si hanno idee e coraggio per tenerla viva.

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