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Immigrazione, il fallimento del governo

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Non c’è slogan populista che tenga davanti ai 100 mila sbarchi a metà agosto
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Centomila sbarcati sulla rotta più pericolosa del Mediterraneo a fronte di appena 1.042 arrivati attraverso i cosiddetti canali di accesso legali. Trentacinquemila richieste di asilo negate e solo 2.561 rimpatri.

Basterebbero questi quattro numeri, estratti dal dossier di ferragosto del ministero dell’Interno, a certificare il fallimento assoluto del governo Meloni nella gestione del fenomeno migratorio che, da Sud a Nord, sta travolgendo sindaci e amministratori locali costretti a far fronte a mani nude ad un’onda lunga e (al momento) inarrestabile, ma di certo non imprevedibile.

“In Italia si entra per vie legali, non saranno i trafficanti a decidere chi arriva”, “fermeremo gli sbarchi”, “rimanderemo a casa i clandestini”, “accordi con i Paesi di origine e di transito per rendere effettive le espulsioni”.

Non basterebbe un’antologia per ricordare gli slogan, gli annunci, che hanno accompagnato prima la campagna elettorale poi i dieci mesi di un governo che continua a parlare al f…

Centomila sbarcati sulla rotta più pericolosa del Mediterraneo a fronte di appena 1.042 arrivati attraverso i cosiddetti canali di accesso legali. Trentacinquemila richieste di asilo negate e solo 2.561 rimpatri.

Basterebbero questi quattro numeri, estratti dal dossier di ferragosto del ministero dell’Interno, a certificare il fallimento assoluto del governo Meloni nella gestione del fenomeno migratorio che, da Sud a Nord, sta travolgendo sindaci e amministratori locali costretti a far fronte a mani nude ad un’onda lunga e (al momento) inarrestabile, ma di certo non imprevedibile.

“In Italia si entra per vie legali, non saranno i trafficanti a decidere chi arriva”, “fermeremo gli sbarchi”, “rimanderemo a casa i clandestini”, “accordi con i Paesi di origine e di transito per rendere effettive le espulsioni”.

Non basterebbe un’antologia per ricordare gli slogan, gli annunci, che hanno accompagnato prima la campagna elettorale poi i dieci mesi di un governo che continua a parlare al futuro come se nelle stanze dei bottoni ci stessero altri.

Tacciono adesso, anche davanti alla rivolta dei sindaci e alle pressanti richieste di aiuto dei territori, la presidente del Consiglio e i ministri competenti, da Piantedosi a Salvini a Tajani.

Al più sbandierano incomprensibili successi di politica europea e promettono la caccia agli scafisti in tutto l’orbe terracqueo, ma tacciono nel merito di quell’assoluto fallimento di linea politica che, per numeri molto ma molto più modesti, non perdevano occasione di rinfacciare ai governi precedenti.

Pensate a Matteo Salvini che, da ministro dell’Interno, apriva buste con avvisi di garanzia in diretta video per poi offrire il petto ai giudici siciliani che hanno osato portarlo alla sbarra per abuso di ufficio e sequestro di centinaia di migranti lasciati a bordo delle navi umanitarie, pensate alla foga con cui un giorno sì e l’altro pure partiva all’attacco di Luciana Lamorgese che lo sostituì al Viminale.

Oggi, il leader della Lega, da ministro dei Trasporti responsabile di un asse strategico nella gestione dei flussi migratori, dai porti alla Guardia costiera, ha perso per strada l’ossessione degli immigrati. Eppure viaggiamo sui livelli del 2016, l’anno degli sbarchi record.

Uno studio di Pagella politica, sito specializzato in fact-checking, ci rivela che nel 2023 Salvini ha postato solo 6 tweet sul tema immigrazione, l’anno scorso erano stati 123 e nel 2020 addirittura 805, più di due al giorno. E Giorgia Meloni? Appena due tweet sul tema che tra il 2019 e il 2020 ne ha prodotto tra i 150 e i 200 all’anno.

Evidentemente non c’è slogan populista che tenga davanti ai 103.000 sbarchi a metà agosto. Arrivi che, naturalmente, vanno ad ingrassare gli affari dei trafficanti che continuano a decidere chi entra in Italia visto che i canali legali (limitati a corridoi umanitari, reinsediamenti, ricongiungimenti familiari) hanno consentito a poco più di mille persone di arrivare in aereo in Italia.

Certo, nei prossimi tre anni, il decreto flussi dovrebbe aprire le porte del Paese a 450.000 lavoratori stranieri ma, in assenza di una riforma della legge Bossi-Fini, tutti sanno che si tratterà per lo più di persone già presenti sul territorio e che assai difficilmente domanda e offerta di lavoro si incontrano a distanza. Niente a che vedere con le masse di disperati in fuga dai lager libici o dalla caccia all’uomo in Tunisia.

Ed evidentemente c’è poco da dire anche sullo sconsolante bilancio dei rimpatri: il 2 % degli espulsi lasciati liberi di circolare in Italia, non più del 50% di quelli reclusi nei Cpr. E d’altra parte, senza accordi di rimpatrio, a casa non si può rimandare nessuno.

Sarebbe decisamente meno populista ma più intelligente destinare intelligenza, programmazione e risorse alla gestione di questi 100.000 arrivati che potrebbero essere oro per l’industria, l’agricoltura, il terziario locale. Se solo fossero trattati come persone umane, innanzitutto, e poi come un enorme potenziale da integrare e formare.

Provino a comprenderlo Giorgia Meloni e i suoi ministri il concetto semplice semplice riaffermato dalla Cassazione: non sono clandestini, sono richiedenti asilo e, come tali, vanno protetti e trattati.

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