L’Economist lancia l’allarme. Amplificato dall’autorevolezza della testata diffusa ai quattro angoli del pianeta, l’allerta riguarda il primo della classe. Pur se attenuate da un punto interrogativo, le trombe di Londra annunciano al mondo un rischio concreto. La quarta economia mondiale, ammirata e temuta negli ultimi anni, potrebbe essere vittima di una recidiva e ripresentare i segni della patologia degli anni Novanta: “La Germania è ancora una volta il malato d’Europa?”.
Non è una sentenza definitiva, ma un’istruttoria fondata su alcuni dati oggettivi. Per il terzo trimestre consecutivo, l’economia tedesca indica contrazione o stagnazione. La crescita di quest’anno è negativa (-0,3%) e la previsione per il 2024 è ridimensionata a un modesto 0,8% a fronte dell’1,4% ipotizzato mesi fa. È lontana la crisi finanziaria del 2008, da cui la Germania uscì prima e meglio di tutti gli altri europei. Era un altro mondo. Oggi più di un indicatore segnala cattivo tempo – su competitività, f…
L’Economist lancia l’allarme. Amplificato dall’autorevolezza della testata diffusa ai quattro angoli del pianeta, l’allerta riguarda il primo della classe. Pur se attenuate da un punto interrogativo, le trombe di Londra annunciano al mondo un rischio concreto. La quarta economia mondiale, ammirata e temuta negli ultimi anni, potrebbe essere vittima di una recidiva e ripresentare i segni della patologia degli anni Novanta: “La Germania è ancora una volta il malato d’Europa?”.
Non è una sentenza definitiva, ma un’istruttoria fondata su alcuni dati oggettivi. Per il terzo trimestre consecutivo, l’economia tedesca indica contrazione o stagnazione. La crescita di quest’anno è negativa (-0,3%) e la previsione per il 2024 è ridimensionata a un modesto 0,8% a fronte dell’1,4% ipotizzato mesi fa. È lontana la crisi finanziaria del 2008, da cui la Germania uscì prima e meglio di tutti gli altri europei. Era un altro mondo. Oggi più di un indicatore segnala cattivo tempo – su competitività, fisco pesante e burocrazia paralizzante, mancate riforme - e le vedette britanniche ne fanno stato con preoccupazione perché l’affanno della maggiore economia europea potrebbe contagiare i partner.
I nodi da sciogliere o gli errori da correggere sono riconosciuti senza troppi distinguo. È alquanto condiviso l’obiettivo di colmare i ritardi nella transizione verso le tecnologie verdi, come nel processo di digitalizzazione, singolari per un Paese all’avanguardia. Occorre rinnovare le infrastrutture, arretrate, ancor più essenziali in una realtà socio-economica ad alta mobilità. È paradossale che la sistematica mancanza di puntualità dei treni ne blocchi il transito in Svizzera o che la ministra degli Esteri debba annullare la visita in Australia per un guasto non riparabile del suo aereo.
Su tutto aleggia l’ombra del freno al debito pubblico e dei mancati investimenti pubblici, imputati al pari dei costi energetici lievitati oltre misura e della eccessiva dipendenza industriale dalla Cina: da lì vengono il 40% degli utili di Volkswagen e il 30% di quelli di Mercedes e Bmw. L’esortazione del governo a ridurre la dipendenza dalla Cina (de-risking) comporta aggiustamenti complessi. Neanche il quadro politico è roseo. La coalizione tra i tre partiti è ancora faticosa. Il 22% per cento dei tedeschi è soddisfatto di Scholz, il 70% no, il 64% pensa che un cambio di governo sarebbe un bene. Nei sondaggi la destra estrema (AfD), crogiolo contraddittorio e pericoloso di frustrazioni e proteste, è il secondo partito nazionale (21%), dietro la Cdu/Csu (26%) e davanti alla Spd (19%).
Eppure, è bene evitare conclusioni affrettate. Venticinque anni fa la Germania affrontò difficoltà enormi, seguite alla riunificazione. Si imposero riforme incisive, avviate da Schröder e proseguite da Merkel. Oggi, pur in un contesto esterno più insidioso (guerra, Cina), la Germania segna qualche punto significativo. Continua ad attrarre nuovi, consistenti investimenti stranieri (Tesla, Intel, Tsmc Elettronica di Taiwan etc.), vanta un attivo commerciale di 82 miliardi, un rapporto debito/pil del 62% (112% in Francia e 143% in Italia), un reddito pro-capite del 15% più alto di quello francese e una disoccupazione al 3%.
Molto ruoterà sulla capacità del Paese di scegliere la strada giusta. In genere, le decisioni tedesche possono sembrare lente, laboriose, eccessivamente ponderate con ogni portatore d’interesse. In realtà, sono meditate, approfondite e alla fine eseguite in maniera lineare, anche se prendono tempo. Ora la domanda di investimenti pubblici diventa più pressante e il muro del debito interno potrebbe cominciare a sgretolarsi, a favore di una crescita più sostenuta e maggiormente condivisa per limitare disuguaglianze sociali e regionali. Non scandalizza l’appello di alcuni economisti (“il freno al debito è un vincolo dannoso e controproducente”). Sta agli europei, e agli italiani, verificare, senza schadenfreude, se le cose possano andare così e il sospetto malato essere dimesso nell’interesse di tutti.