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La crisi del maschio

Corteo di solidarietà per la violenza di gruppo a Palermo

 (ansa)

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La mascolinità positiva è l’idea che i maschi possano mostrarsi vulnerabili. Ma molti sono confusi sul modello di riferimento
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Dopo i casi di cronaca di questi giorni, con donne ammazzate e vittime di stupri di gruppo e sentenze che creano pericolosi precedenti per quanto riguarda il consenso nei rapporti sessuali, si è parlato su più fronti della necessità di educare i maschi per tutelare le donne (lo ha fatto anche Chiara Saraceno su questo giornale). La ricerca scientifica ha dimostrato, infatti, che i ragazzi e gli uomini adulti che hanno una visione sessista sono più propensi alla violenza di genere.

Ma cosa significa educare i maschi e da dove nasce quella che a molti sembra una regressione nei loro comportamenti nei confronti delle donne? Si tratta di un tema molto ampio e che certo non può essere affrontato solo nello spazio di un editoriale ma vale…

Dopo i casi di cronaca di questi giorni, con donne ammazzate e vittime di stupri di gruppo e sentenze che creano pericolosi precedenti per quanto riguarda il consenso nei rapporti sessuali, si è parlato su più fronti della necessità di educare i maschi per tutelare le donne (lo ha fatto anche Chiara Saraceno su questo giornale). La ricerca scientifica ha dimostrato, infatti, che i ragazzi e gli uomini adulti che hanno una visione sessista sono più propensi alla violenza di genere.

Ma cosa significa educare i maschi e da dove nasce quella che a molti sembra una regressione nei loro comportamenti nei confronti delle donne? Si tratta di un tema molto ampio e che certo non può essere affrontato solo nello spazio di un editoriale ma vale la pena comunque sollevare alcuni punti. Possiamo cominciare col dire che negli ultimi decenni il modello tradizionale di virilità ha finito per impoverire i maschi. La cultura del dominio maschile ha certamente i suoi vantaggi ma presenta sempre un prezzo molto alto da pagare in termini di insicurezza e fragilità dell’io. Spesso, infatti, quello che viene considerato l’ideale maschile (la forza fisica e la potenza sessuale) crea degli standard impossibili da raggiungere. Non raggiungerli significa per molti uomini sviluppare forme di ansia e frustrazione che poi sfociano nell’uso della forza, specialmente quando cercano di dimostrare che sono ancora in grado di controllare il corpo delle donne. Oggi le aspettative che la società impone ai maschi vanno irrimediabilmente a scontrarsi con una realtà in cui le donne si laureano prima, hanno voti migliori, competono nel mondo del lavoro, non hanno più bisogno di sposarsi (o rimanere sposate) per assicurarsi una stabilità economica, e magari decidono anche di avere figli da sole con la procreazione assistita. Malgrado le donne in posizione di potere siano poche (negli Stati Uniti ci sono più Ceo con i nomi Michael e James che donne in totale) e molte debbano ancora affrontare discriminazione, salari più bassi, violenza fisica e sessuale, gli uomini si sentono sempre più alienati e demoralizzati, alcuni direbbero persino smascolinizzati.

Cosa significa allora essere maschio oggi? Quale tipo di mascolinità è desiderabile e quali dovrebbero essere i modelli di riferimento? Molti uomini non sanno dare una risposta. Ecco allora che alcuni rappresentanti delle istituzioni e dei media ne approfittano per parlare del maschio perseguitato dalle femministe o per incitare alla vendetta contro le donne (come Andrew Tate i cui video hanno raccolto nel tempo undici miliardi di visualizzazioni). Io, invece, penso che la guerra dei sessi non porti da nessuna parte e che le donne per prime riconoscono la sofferenza in cui vivono molti maschi, oltre a quella in cui vivono loro stesse. Credo inoltre che la biologia non condanni per forza gli uomini a forme di mascolinità tossica e che una mascolinità positiva sia possibile e per molti versi già presente, anche se meno visibile. Vale la pena ricordare che nel 2019 l’Associazione degli psicologi americani ha pubblicato delle linee guida per contrastare la mascolinità tossica e cioè l’idea che i maschi non possano esprimere apertamente le loro emozioni, a parte la rabbia, se non vogliono essere considerati deboli e perdere status sociale. La mascolinità tossica, infatti, è pericolosa per la società perché sfocia in aggressioni e violenza ma anche per gli uomini stessi e la loro salute (è associata al maggior uso di sostanze tossiche, a malattie cardiovascolari, al suicidio e a più basse aspettative di vita).

La mascolinità positiva invece è l’idea che i maschi possano mostrarsi vulnerabili, chiedere aiuto, sviluppare relazioni basate sull’ascolto, il rispetto, il consenso, la cura dell’altro, al di là degli stereotipi di genere. Ogni uomo deve poter scegliere cosa significhi per lui essere maschio. Negli Stati Uniti ci sono dei gruppi di incontro in cui gli uomini parlano apertamente di vulnerabilità. Le donne lo fanno da sempre, per loro invece il dialogo su questi temi è una scoperta recente, proprio perché fin da piccoli hanno imparato a nascondere le loro emozioni, specialmente di fronte ad altri maschi. La rabbia non può essere l’unica emozione che gli uomini coltivano e manifestano apertamente. Per questo, forse, dovremmo ripartire anzitutto da qui, dalla cura e dall’insegnamento delle emozioni.

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