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In cerca della clemenza Ue

Il ministro per gli affari europei Raffaele Fitto

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Se torna in vigore il patto di Stabilità come lo abbiamo conosciuto, senza le riforme necessarie, il gioco per l’Italia sarà duro
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Fitto, un ministro che tutti i giorni ha a che fare con l’Europa lo ha detto chiaramente, se torna in vigore il patto di Stabilità come lo abbiamo conosciuto fino a prima del Covid, il gioco per l’Italia si farà duro. E non ha detto niente di diverso da quello che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato prima di lui al Meeting di Rimini.

Peccato però che per tenere fede ai patti con l’Europa serva coerenza e rigore. Ed è difficile averla quando i compagni di governo sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini, capaci di dire e fare tutto e il contrario di tutto, pur di compiacere al proprio elettorato e mantenere salda la loro leadership politica. Costi quel che costi.

È andata così con il decreto sugli extra profitti delle banche su cui Giorgetti è stato smentito dalla premier e andrà così anche con la prossima manovra di bilancio. Dal meeting di Rimini Giorgetti ha cercato di parlare da economista, riecheggiando le parole che nei mesi scorsi il Fondo monetario in…

Fitto, un ministro che tutti i giorni ha a che fare con l’Europa lo ha detto chiaramente, se torna in vigore il patto di Stabilità come lo abbiamo conosciuto fino a prima del Covid, il gioco per l’Italia si farà duro. E non ha detto niente di diverso da quello che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato prima di lui al Meeting di Rimini.

Peccato però che per tenere fede ai patti con l’Europa serva coerenza e rigore. Ed è difficile averla quando i compagni di governo sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini, capaci di dire e fare tutto e il contrario di tutto, pur di compiacere al proprio elettorato e mantenere salda la loro leadership politica. Costi quel che costi.

È andata così con il decreto sugli extra profitti delle banche su cui Giorgetti è stato smentito dalla premier e andrà così anche con la prossima manovra di bilancio. Dal meeting di Rimini Giorgetti ha cercato di parlare da economista, riecheggiando le parole che nei mesi scorsi il Fondo monetario internazionale e la la Banca d’Italia hanno a turno rivolto al governo italiano. E il giorno dopo gli ha fatto eco Raffaele Fitto, consapevole che se tornano le vecchie regole del patto di stabilità, il margine di manovra per il governo diventa minimo. Giorgetti sta cercando di far passare la prossima manovra tra due scogli, quello della “responsabilità”, tanto caro all’Unione europea e a chi misura i conti dello Stato, come la Ragioneria, e quello delle “promesse elettorali” da cui gridano Salvini e Meloni.

Ma è difficile che il passaggio avverrà senza urti. È andata male con il decreto sugli extraprofitti: Giorgetti si era speso personalmente nel garantire che non ci sarebbe stato alcun prelievo (giusto o no) sugli istituti di credito, per poi essere smentito da Meloni che nel suo redivivo appuntamento social si è appesa al petto la medaglia della titolarità del prelievo dai profitti delle banche. Il film, del resto, è solo una replica di altri episodi in cui i ministri hanno dovuto rincorrere i leader di governo su proposte da loro non condivise. Difficile che ora cambi una trama già scritta.

Giorgetti sa che “nulla è gratis, quando si fa debito o deficit dobbiamo sempre pensare anche al discorso della sostenibilità”, un tema alla base del Patto di stabilità europeo. Lo ha detto lui a Rimini e glielo ha ricordato la delegazione del Fondo monetario quando è venuta in Italia per redigere l’Article IV, il report che passa in rassegna lo stato di salute dell’economia dei Paesi visitati. Il debito italiano è uno dei peggiori al mondo e se l’Italia non cresce la sua sostenibilità è a rischio. Con i venti che corrono oggi, dove la Germania è già in recessione e la Cina minaccia di rallentare l’economia mondiale, sperare in una crescita superiore all’1% per il prossimo anno, in linea con le previsioni per il 2023, appare una chimera. E allora ecco il consiglio del Fmi, sottoscritto sempre anche dall’Europa, di gestire la macchina amministrativa spendendo meno di quello che si incassa.

Una delle prime cose da fare — aveva suggerito l’Fmi — sarebbe mettere mano alle pensioni con una riforma che segua le orme della Fornero. Il governo dovrebbe innanzitutto evitare qualsiasi prepensionamento anticipato (le famigerate quote che si susseguono ad ogni legge di bilancio), ma soprattutto dovrebbe aumentare l’età pensionabile attualmente inferiore ai 64 anni e portarla almeno a 67 anni. E contestualmente abbassare le pensioni future, riducendole a un valore più o meno pari al 50 per cento dell’ultimo salario. Giorgetti da Rimini, invece, ha già anticipato che nella prossima legge di bilancio non ci sarà nulla di tutto ciò e sa anche che i suoi compagni di viaggio hanno già in mente di rinnovare quota 103, Opzione donna, Ape sociale, minime a 600 euro per gli over 75 e pagare la rivalutazione delle pensioni per il 2023 per non creare una forte discontinuità col passato.

“Non esiste riforma o misura previdenziale che possa reggere nel medio e nel lungo periodo con i numeri della denatalità che abbiamo oggi”. Vero, ma non esiste riforma soprattutto se non c’è la volontà politica di farla. E se si vuole onorare i patti con l’Europa, le riforme sono necessarie. Di certo un eventuale aumento delle nascite non basterebbe da solo a compensare il calo della forza lavoro attiva, sui cui contributi si basano le pensioni di chi non lavora più. In soli tre anni, dal 2019 a oggi, l’Italia ha perso 800 mila persone in età da lavoro (tra i 15 e i 64 anni) e ne perderà altri 6 milioni entro il 2040. Per compensare questo calo, servono immigrati, donne al lavoro e giovani qualificati, come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue Conclusioni sull’anno passato e non invocare la sostituzione etnica come ha sostenuto il cognato della premier e ministro dell’agricoltura Francesco Lollolobrigida.

Se non si fanno le riforme (previdenza e fisco, ma in forma diversa da quella proposta dal governo Meloni) non resta che chiedere clemenza all’Europa per non essere seppelliti dal nostro debito, che il Patto di stabilità ci chiede di tenere sotto controllo. Giorgetti ha proposto di non conteggiare gli investimenti necessari per la crescita tra il debito “cattivo” e Fitto di non far entrare in vigore le vecchie regole qualora non si trovi un accordo sul nuovo Patto di stabilità. Entrambi sanno che con quei paletti, la prossima legge di bilancio dovrà lasciare a bocca asciutta molte delle richieste di Meloni e Salvini.

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