Belle facce. Color gioventù. From Italy, Europe. L’armocromia dell’atletica. Azzurra di maglia, multietnica per il resto. Nomi di un altro mondo, ormai nostro mondo: Daisy, Zaynab, Hassane, Yeman, Ayomide, Osana, Ala. Nomi di nostri figli e figlie: Marcell, Mattia, Fausto, Emmanuel, Lorenzo, Larissa, Dalia. C’è chi è nato all’estero e chi in Italia. Famiglie miste. Si mischiano radici: America, Tanzania, Nigeria, Etiopia, Marocco, Tunisia, Costa d’Avorio, Senegal. È la nostra Italia e anche la loro. «We are family», molto allargata. Vanno in tv, davanti ai microfoni, parlano in italiano, anzi spesso anche in dialetto. Sono buffi/e: i capelli, il trucco, il modo di fare. Ma non sono marziani. Non sono estranei a cui abbiamo prestato la maglia, gente di passaggio, ma ragazze e ragazzi cresciuti con noi, con il nostro sport, che in Italia metteranno su anche famiglia o l’hanno già messa. E per fortuna hanno tratti somatici diversi. Peraltro, quasi tutti sono nei corpi dello Stato.
C’è…
Belle facce. Color gioventù. From Italy, Europe. L’armocromia dell’atletica. Azzurra di maglia, multietnica per il resto. Nomi di un altro mondo, ormai nostro mondo: Daisy, Zaynab, Hassane, Yeman, Ayomide, Osana, Ala. Nomi di nostri figli e figlie: Marcell, Mattia, Fausto, Emmanuel, Lorenzo, Larissa, Dalia. C’è chi è nato all’estero e chi in Italia. Famiglie miste. Si mischiano radici: America, Tanzania, Nigeria, Etiopia, Marocco, Tunisia, Costa d’Avorio, Senegal. È la nostra Italia e anche la loro. «We are family», molto allargata. Vanno in tv, davanti ai microfoni, parlano in italiano, anzi spesso anche in dialetto. Sono buffi/e: i capelli, il trucco, il modo di fare. Ma non sono marziani. Non sono estranei a cui abbiamo prestato la maglia, gente di passaggio, ma ragazze e ragazzi cresciuti con noi, con il nostro sport, che in Italia metteranno su anche famiglia o l’hanno già messa. E per fortuna hanno tratti somatici diversi. Peraltro, quasi tutti sono nei corpi dello Stato.
C’è chi dice, come scrive il generale Vannacci nel suo libro, che Paola Egonu non può essere del tutto italiana? Qualcuno lo avvisi: l’atletica azzurra, quella che si batte e sbatte per le medaglie, quella che applaudiamo e a cui passiamo il tricolore, quella ormai molto domestica è al 50 per cento color Egonu. E la novità è che nessuno ci fa caso.
Jacobs, nato a El Paso, Texas, non parla inglese però i vigneti attorno al lago di Garda li conosce tutti. È lì che ha iniziato a correre. Ricordate il coro per Balotelli, “non ci sono neri italiani”? Qui ai Mondiali di atletica pare preistoria, quell’era in cui c’erano ancora i dinosauri e i Flintstones con Wilma dammi la clava. Non è che l’Italia sia stata più originale degli altri: i neri in squadra li hanno tutti. Dalla Svezia al Giappone, dalla Norvegia alla Germania, dalla Grecia alla Turchia, dall’Olanda a Israele, dall’Australia alla Spagna. Tralasciando Francia, Gran Bretagna e Belgio che hanno anticipato tutti. Tanto per dare un’idea: ai Mondiali di Osaka nel 2007 a migliorare il primato svedese dei 3.000 siepi che apparteneva ad Anders Gärderud, oro ai Giochi di Montreal (1976), fu Mustafa Mohamed. Svedese pure lui, certo.
Spesso i nomi dicono tutto. Raccontano rimescolamenti geografici, nuove e vecchie immigrazioni, altre vite e destini. Lo sport italiano è cresciuto anche grazie a May, Myers e Howe. Sono stati esempi, modelli di futuro. Magari per qualcuno sono solo lavoratori esteri in cerca di una professione. Ricordate il caso politico nato nel 2018 per la foto di una staffetta femminile che fece il giro del web? C’erano quattro ragazze in stile Charlie’s Angel. Sorridenti e con la medaglia d’oro al collo. Avevano appena vinto la staffetta 4x400 ai Giochi del Mediterraneo. Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, Libania Grenot. Quattro azzurre. Fiere di essere italiane. E di colore. E dato che lo sport non è mai solo sport quella foto passò come simbolo e come risposta a chi in quelle stesse ore si radunava a Pontida invocando un’Italia più pura. Del resto anche lo scrittore José Saramago diceva che la vita è tutta fatta di coincidenze. Ma la battuta più bella la fece lo sprinter azzurro Filippo Tortu che rispose di non essersi mai accorto del colore delle compagne. Per lui erano azzurre e basta.
L’Italia dell’atletica ha tanti colori e culture. Ieri Gimbo Tamberi nell’alto, oggi Mattia Furlani nel lungo. Leggero accento marchigiano il primo, reatino il secondo. Bianco e nero. Tra dieci anni c’è chi salterà nel cielo e nella sabbia perché in loro ha visto un bellissimo azzurro.