La Russia e i Brics, le potenze di mezzo
di Marta DassùVladimir Putin, si capiva da mesi, combatte su due fronti: la lunga guerra di attrito in Ucraina e il fronte interno, agitato dal giallo sulla fine violenta di Evgenij Prigozhin, reo di tradimento.
Il capo del Cremlino consuma, a quanto pare (parlando di torbidi russi una giusta dose di dubbio è sempre importante), l’ennesima vendetta fredda; ma non è detto che questo lo renda davvero più forte, dopo tutto la Wagner, come finta milizia privata, agiva da anni come braccio armato di Mosca in Siria, Ucraina e Sahel.
Per limitare i possibili danni, e tenersi invece i benefici di chi si è liberato di una scheggia impazzita e ha ripristinato la credibilità del suo potere sulla cupola di Mosca, Putin ha rotto il silenzio. Ha per la prima volta parlato di Prigozhin definendolo come un «uomo di affari di successo». Ha aggiunto che il fondatore della Wagner, che Putin aveva condannato come traditore dopo il tentativo di marcia su Mosca di due mesi fa, ha avuto un «destino complicato…
Vladimir Putin, si capiva da mesi, combatte su due fronti: la lunga guerra di attrito in Ucraina e il fronte interno, agitato dal giallo sulla fine violenta di Evgenij Prigozhin, reo di tradimento.
Il capo del Cremlino consuma, a quanto pare (parlando di torbidi russi una giusta dose di dubbio è sempre importante), l’ennesima vendetta fredda; ma non è detto che questo lo renda davvero più forte, dopo tutto la Wagner, come finta milizia privata, agiva da anni come braccio armato di Mosca in Siria, Ucraina e Sahel.
Per limitare i possibili danni, e tenersi invece i benefici di chi si è liberato di una scheggia impazzita e ha ripristinato la credibilità del suo potere sulla cupola di Mosca, Putin ha rotto il silenzio. Ha per la prima volta parlato di Prigozhin definendolo come un «uomo di affari di successo». Ha aggiunto che il fondatore della Wagner, che Putin aveva condannato come traditore dopo il tentativo di marcia su Mosca di due mesi fa, ha avuto un «destino complicato» e ha compiuto «errori seri» nella propria vita. In sostanza, per salutare il sodale che lo aveva sfidato, il capo del Cremlino ha usato uno stile che potremmo definire mafioso.
Non sapremo mai la verità, naturalmente, su una dinamica strana e perversa. Prima Putin ha contrattato attraverso Lukashenko l’esilio di Prigozhin in Bielorussia; poi l’ha incontrato e lo ha lasciato viaggiare in Africa e in Russia; e poi — sostengono fonti della difesa britannica ed esperti di Mosca che vivono ormai in Occidente — ha lasciato che i servizi di intelligence russi portassero a compimento il «destino complicato» del cuoco del Cremlino.
Era un epilogo atteso, per niente sorprendente e che cambierà poco per gli sviluppi della guerra in Ucraina; ma non per questo meno ripugnante. Può darsi che Putin si senta consolidato sul fronte interno. Ma ha ancora una volta dimostrato come funziona la Russia di oggi: uno Stato-mafia (definizione dell’Economist) più che la potenza neo-imperiale che vive solo nella testa dell’ex-funzionario del Kgb.
Come conseguenza della guerra in Ucraina, Mosca si è in effetti ridotta a dipendere dalla Cina, che non ama e non ha mai amato. E l’alleanza con Pechino non è affatto “senza limiti”: una volta ottenuti dalla Russia petrolio a prezzo scontato e materie prime, la Cina deve occuparsi soprattutto di come gestire la sua difficile transizione economica. Cosa che riguarda i rapporti con l’Occidente, non con una Russia che ha il rublo in tracollo.
La leadership cinese, che ha letto nella crisi finanziaria del 2008 un segno tangibile di declino americano, è in qualche modo di fronte al “suo” 2008. Con tutte le conseguenze del caso sull’andamento della domanda globale: siamo in una fase di frammentazione, è vero, ma l’economia internazionale continua naturalmente ad esistere.
La Russia non può peraltro contare realmente sul Global South: uno schieramento che in realtà non esiste, una definizione di comodo per definire il mondo non-occidentale.
Lo si è visto alla riunione dei Brics in Sudafrica, cui Putin — che rischia un arresto internazionale — ha partecipato in posizione marginale, in video-conferenza.
Chi aspira a guidare le economie emergenti di oggi è la Cina; ma senza l’appoggio dell’India, che si proietta a sua volta come grande potenza globale. Nei confronti della Russia, le potenze regionali offrono una blanda neutralità, continuando a difendere — come è emerso alla riunione di Gedda sull’Ucraina — il principio del rispetto dell’integrità territoriale.
Johannesburg (Sudafrica): Luiz Inacio Lula da Silva, Xi Jinping, Cyril Ramaphosa, Narendra Modi e Sergei Lavrov al vertice dei Brics
L’esistenza dei Brics ha il vantaggio indubbio, per Mosca, di moderare l’impatto delle sanzioni internazionali; ma nessuna delle grandi economie asiatiche o mediorientali può perdere l’aggancio con il sistema occidentale.
I Brics, definizione con cui Jim O’Neill identificava l’insieme di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa già alcuni decenni fa, possono fare a meno del dollaro? No, possono aumentare l’uso del renminbi negli scambi commerciali bilaterali ma non possono certo rinunciare all’infrastruttura finanziaria dell’economia (post o meno) globale.
La membership del gruppo originario è stata allargata a sei nuovi Paesi: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. È la lista di quello che si potrebbe chiamare B11, teorica alternativa al G7; ma si può già scommettere che le differenze fra i singoli attori conteranno più dell’ambizione a costruire un vero e proprio “ordine internazionale” a trazione cinese invece che americana.
Meglio parlare, semmai, di potenze di mezzo, come fa un politologo brillante come Ivan Krastev. Che sottolinea il vero paradosso cui siamo di fronte. La rivalità bipolare fra Cina e Stati Uniti — la competizione del secolo, giocata anzitutto sul predominio tecnologico — non costringe tanto a schierarsi in un campo o nell’altro: l’unica vera alleanza internazionale, in senso classico, è la Nato. Perlomeno fino a quando siederà a Washington un presidente americano che sia convinto di ciò.
Per il resto, le potenze regionali — dall’Arabia Saudita alla Turchia — stanno aumentando la loro libertà d’azione e giocano su più tavoli. L’India, con Modi, ha chiarito bene questo punto: non si sta formando un nuovo movimento non-allineato, stanno emergendo Paesi “pluri-allineati”. Che potranno avere un peso specifico, più che un peso aggregato.
La riunione allargata dei Brics non fa nascere un nuovo ordine, in cui Mosca possa recuperare credibilità; segnala invece la frammentazione del vecchio ordine cui eravamo abituati.
È la fine di un mese che ha accelerato la storia che stiamo vivendo: la terribile guerra in Ucraina può anche assomigliare a uno stallo militare ma rivela in realtà rapidi smottamenti del sistema internazionale.
E la Russia di Putin ha già perso sul piano politico, comunque vada a finire il confronto sul terreno. Nel disordine internazionale di oggi, non ha veri alleati, ha alcuni clienti e molti pochi amici. Putin può solo sperare che l’Occidente non tenga nel tempo. Dipende da noi.