La blindatura di Palazzo Chigi
di Stefano FolliCeglie Messapica (Brindisi), 24 agosto: Giorgia Meloni in una pasticceria, prima di ripartire per Roma
(ansa)Le ultime settimane dell’estate ci consegnano una fotografia del Paese (o, se si preferisce, della nazione) non semplice da decifrare. In sintesi: la luna di miele di Giorgia Meloni con gli italiani sembra avviata a concludersi; al tempo stesso l’opposizione del binomio Schlein-Conte non pare guadagnare consensi, salvo variazioni marginali.
Agli occhi dell’opinione pubblica centrodestra e centrosinistra conservano più o meno i pesi rispettivi che avevano tre mesi fa. Quindi la coalizione maggioritaria, pur percorsa da tensioni interne, mantiene la sua forza elettorale, stando agli ultimi sondaggi conosciuti.
E l’alternativa imperniata su Pd e 5S è ancora alla ricerca di temi in grado di conquistare i voti di chi si è ritirato da tempo nell’astensione oppure ha votato direttamente a destra.
Per il momento la nuova fase non è cominciata. Tuttavia si direbbe che lo stato di grazia, non tanto del governo quanto della premier in persona, tenda ad esaurirsi e non c’è da meravigliarsi…
Le ultime settimane dell’estate ci consegnano una fotografia del Paese (o, se si preferisce, della nazione) non semplice da decifrare. In sintesi: la luna di miele di Giorgia Meloni con gli italiani sembra avviata a concludersi; al tempo stesso l’opposizione del binomio Schlein-Conte non pare guadagnare consensi, salvo variazioni marginali.
Agli occhi dell’opinione pubblica centrodestra e centrosinistra conservano più o meno i pesi rispettivi che avevano tre mesi fa. Quindi la coalizione maggioritaria, pur percorsa da tensioni interne, mantiene la sua forza elettorale, stando agli ultimi sondaggi conosciuti.
E l’alternativa imperniata su Pd e 5S è ancora alla ricerca di temi in grado di conquistare i voti di chi si è ritirato da tempo nell’astensione oppure ha votato direttamente a destra.
Per il momento la nuova fase non è cominciata. Tuttavia si direbbe che lo stato di grazia, non tanto del governo quanto della premier in persona, tenda ad esaurirsi e non c’è da meravigliarsi: è durato quasi un anno, se si considera la fase successiva alle elezioni del 25 settembre, quando l’esecutivo era ancora in gestazione.
Al ritorno dalle ferie, Giorgia Meloni nomina il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Fazzolari, responsabile della comunicazione. Scelta abbastanza inusuale, trattandosi di un collaboratore privilegiato già oberato di impegni. Ma dimostra la volontà di rafforzare il profilo della presidenza con una comunicazione più incisiva.
La premier vuole concentrare su se stessa i riflettori. È consapevole che nel bene o nel male è lei ad essere giudicata dagli italiani, lei a determinare le luci e le ombre dell’esecutivo.
Lo aveva fatto capire già nei giorni scorsi, quando si era assunta tutta la solitaria responsabilità del provvedimento sugli extra profitti delle banche.
Una misura controversa in cui era legittimo scorgere la mano di Fazzolari, appunto, e il cui scopo era mandare un messaggio chiaro all’opinione pubblica: la leadership meloniana è salda.
Nei mesi scorsi forse non sarebbe stato necessario compiere un simile passo. Oggi lo diventa perché si avvicina l’autunno dello scontento, con pochi soldi a disposizione per la legge di bilancio e tanti provvedimenti da finanziare.
In assenza di colpi a effetto e di riforme costose, con le incognite del patto di stabilità e del Pnrr, si punta a mantenere il consenso con una comunicazione nazional-popolare e un po’ d’inventiva.
È la conferma che siamo entrati in una nuova fase della vita del governo. Tutto è sulle spalle della premier mentre la facile magia dei primi mesi, quando ogni cosa sembrava andare per il suo verso, si è inevitabilmente appannata: sui temi economici e anche sulle questioni minori, come il caso del generale Vannacci che certo è motivo di imbarazzo a Palazzo Chigi.
Per quanto riguarda il centrosinistra, il Pd ha messo in campo due iniziative nel corso della sua “estate militante”: il salario minimo e la polemica sugli sbarchi dei migranti.
Quest’ultima non sembra la più adatta a guadagnare consensi. Come ha notato Giovanni Orsina, per quanto il governo di destra non sia riuscito a contenere l’immigrazione, esso rimane più credibile — agli occhi del suo elettorato — di una sinistra che non ha una proposta in materia, se non un accenno vago al ripristino della missione “mare nostrum”.
Di conseguenza, sui migranti il Pd può rendere più compatta la sua base, che peraltro sul tema dell’accoglienza è già più che convinta; ma non sembra in grado di sottrarre voti al centrodestra, la cui volontà, nonostante i fallimenti, va nel senso di un maggior rigore.
Diverso il caso del salario minimo, che sulla carta è gradito al 70 per cento degli elettori. Ma a fine agosto la matassa attende d’essere sbrogliata e non si riflette ancora nei sondaggi bloccati.