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Mattarella, il Presidente indispensabile

Le guerre culturali sono la negazione della Costituzione, e sono la via all’infelicità pubblica e privata. Nel suo intervento a Rimini il capo dello Stato indica un percorso di massima alla nostra democrazia
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A Rimini il presidente Mattarella è intervenuto in modo autorevole su una serie di questioni politico-culturali aperte che, come profonde ferite, sono oggi incise nel corpo del Paese: soprattutto quelle poste dall’afflusso di migranti e dall’esplosione di nuove richieste identitarie plurali, che si discostano da stili di vita e di pensiero tradizionali.

Fenomeni non nuovi, che corrispondono a processi in atto da tempo, ma che oggi da molti sono vissuti con sofferenza e insofferenza, con paura e aggressività.

Tutti si sentono aggrediti da tutti, e ciascuno vede nell’altro — certo, con differenti tassi di giustificazione e di verosimiglianza — una minaccia alla propria identità e alla propria idea di normalità.

Che da una parte è presentata come un’ansia di uniformità, di restaurazione della rassicurante consuetudine che distingue la regola dall’eccezione, l’ordine dal disordine, la retta via da fenomeni di anomia che nel migliore dei casi possono essere tollerati; mentre dall’altra …

A Rimini il presidente Mattarella è intervenuto in modo autorevole su una serie di questioni politico-culturali aperte che, come profonde ferite, sono oggi incise nel corpo del Paese: soprattutto quelle poste dall’afflusso di migranti e dall’esplosione di nuove richieste identitarie plurali, che si discostano da stili di vita e di pensiero tradizionali.

Fenomeni non nuovi, che corrispondono a processi in atto da tempo, ma che oggi da molti sono vissuti con sofferenza e insofferenza, con paura e aggressività.

Tutti si sentono aggrediti da tutti, e ciascuno vede nell’altro — certo, con differenti tassi di giustificazione e di verosimiglianza — una minaccia alla propria identità e alla propria idea di normalità.

Che da una parte è presentata come un’ansia di uniformità, di restaurazione della rassicurante consuetudine che distingue la regola dall’eccezione, l’ordine dal disordine, la retta via da fenomeni di anomia che nel migliore dei casi possono essere tollerati; mentre dall’altra si avanza la tesi che la normalità è appunto il coesistere paritario, nell’uguale reciproco rispetto, delle pluralità, delle differenze comportamentali.

È di fatto una guerra culturale, aspra e senza esclusione di colpi, in cui le parti in causa — liberal contro conservatori o reazionari, per semplificare — si delegittimano radicalmente a vicenda.

Una guerra che erode le basi della convivenza repubblicana perché la priva di un comune fondamento: ciascuno è “lupo” per ogni altro in una società che, essendo la “civile conversazione” tra identità chiuse e contrapposte di fatto impossibile, si avvia a essere un nuovo feroce “stato di natura”.

Una via politica lungo la quale gli Stati Uniti di poco precedono Paesi europei come Francia e Italia.

Mattarella ha raggruppato queste questioni, con un gesto teorico di prim’ordine, sotto la rubrica complessiva del rapporto fra identità e pluralità.

E ha sostenuto che l’unità, la normalità, non sono per nulla da confondere con l’omogeneità e il conformismo; che le basi della civile convivenza non stanno nel predominio di un’identità particolare che diverrebbe così generale, o di uno specifico stile di vita e di pensiero, ma nella Costituzione repubblicana, che disegna una forma politica non monolitica né percorsa dalla guerra di tutti contro tutti, all’insegna della paura e dell’aggressione: una democrazia pluralistica e personalistica in cui la sfera pubblica è costituita dalla multiformità dei progetti di vita e dalle differenti “fioriture” individuali e collettive, uguali nella dignità morale, che la politica rende possibili rimuovendo gli ostacoli al pieno sviluppo umano dei cittadini.

Mattarella non poteva dire diversamente, né meglio. L’unità nella pluralità è delineata nella Costituzione, che in sé non è per nulla un testo utopistico: il conflitto politico-sociale e anche culturale-ideale vi è previsto, ma non come esercizio d’odio, come scontro fra identità reciprocamente escludentisi nel mutuo disprezzo, ma come dialettica e confronto fra diversi che si riconoscono come tali e che condividono la cornice unitaria di alcuni valori di base e di alcune procedure di formazione della volontà pubblica.

“Parti” che perseguono la propria “felicità” (appunto, la fioritura, l’auto-affermazione) nella consapevolezza che la libera ricerca della felicità di ciascuno e di tutti — e non la prevaricazione, o l’imposizione — è l’unica condizione della “pubblica felicità”, del benessere collettivo.

Nel recupero del lessico dell’illuminismo italiano, con la sua influenza sui costituenti americani, e insieme del radicalismo cristiano di un costituente come Dossetti — additato ai giovani come fonte di cultura politica — Mattarella chiude il cerchio di un intervento magistrale. Le guerre culturali sono la negazione della Costituzione, e sono la via all’infelicità pubblica e privata.

Così parla la suprema autorità della Repubblica, che indica un percorso di massima alla nostra democrazia.

Al potere politico il compito di capire da dove hanno origine le culture della paura e dell’odio — da quali squilibri strutturali, da quali percezioni di oppressione, da quali meccanismi reali di dominio — e quindi di lavorare per rimuoverne le cause profonde (e non per cavalcarle, per riacutizzarle, per strumentalizzarle) e per promuovere una nuova ragionevole e realistica speranza se non di concordia almeno di confronto civile.

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