Tempo di anniversari. Il 2023 infatti marca il 50esimo anno dalla pubblicazione del primo volume dell’opera più completa del premio Nobel per l’economia Friedrich Von Hayek, Diritto Legislazione e Libertà.
Una delle parti più interessanti comincia alla fine del primo volume, allorché Hayek affronta il problema della democrazia rappresentativa. Infatti, non solo si leggono le preoccupazioni sulla dittatura della maggioranza, ma si argomenta anche che una maggioranza vera è impossibile formarla. Il governo al potere si basa su coalizioni di interessi, i quali quasi sempre non coincidono con quelli generali né sarebbero votati dalla maggioranza dei cittadini. Tuttavia, ciascuno di questi centri di potere ha i suoi rappresentanti che acconsentiranno alle richieste delle altre lobby a patto che anche le proprie vengano soddisfatte. Il risultato è a somma negativa, nel senso che non solo passano misure che favoriscono specifiche categorie, ma queste si rafforzeranno…
Tempo di anniversari. Il 2023 infatti marca il 50esimo anno dalla pubblicazione del primo volume dell’opera più completa del premio Nobel per l’economia Friedrich Von Hayek, Diritto Legislazione e Libertà.
Una delle parti più interessanti comincia alla fine del primo volume, allorché Hayek affronta il problema della democrazia rappresentativa. Infatti, non solo si leggono le preoccupazioni sulla dittatura della maggioranza, ma si argomenta anche che una maggioranza vera è impossibile formarla. Il governo al potere si basa su coalizioni di interessi, i quali quasi sempre non coincidono con quelli generali né sarebbero votati dalla maggioranza dei cittadini. Tuttavia, ciascuno di questi centri di potere ha i suoi rappresentanti che acconsentiranno alle richieste delle altre lobby a patto che anche le proprie vengano soddisfatte. Il risultato è a somma negativa, nel senso che non solo passano misure che favoriscono specifiche categorie, ma queste si rafforzeranno sempre di più grazie alle concessioni e indurranno tutti gli altri a organizzarsi in modo simile. Una società spendacciona divisa in tribù.
Questo gioco perverso funziona anche nei consessi internazionali, soprattutto quando le decisioni devono essere prese all’unanimità come nell’Unione Europea.
In questi giorni è riapparso infatti nel dibattito politico il Patto di stabilità, la regola europea che impone di mantenere il deficit pubblico sotto il 3% del Pil, il debito a non più del 60% e in caso di sforamento, dopo eventuali deroghe concesse dalla Commissione Europea, anche la possibilità di infliggere sanzioni agli Stati trasgressori fino allo 0,5% del PIL. Orbene, a causa del Covid i parametri del Patto sono stati sospesi fino al 31 dicembre 2023 per permettere agli Stati membri di adottare misure anticicliche che contrastassero la recessione provocata dalla pandemia.
Ma, per l’appunto, dal primo gennaio 2024 si torna alle vecchie regole e siccome — strano ma vero — l’Italia ha problemi a far quadrare i conti, già si sono levate le prime voci per chiedere di non esser troppo severi o di prevedere un periodo cuscinetto. Cuscinetto in che senso? Nel senso che la Commissione Europea ha proposto la scorsa primavera una revisione del Patto di stabilità con “percorsi di rientro” dal debito eccessivo differenziati per singoli Stati. Si manterrebbero i parametri di Maastricht ma il piano di riduzione del debito sarebbe quadriennale, estensibile a 7, si terrebbe in conto solo la spesa pubblica primaria e le sanzioni verrebbero ridotte. Chi ha un rapporto deficit/Pil superiore al 3% dovrebbe diminuirlo di almeno lo 0,5% l’anno. Si tratta già di un allentamento degli attuali vincoli cui l’Italia vuole aggiungere l’esclusione dal computo del deficit delle spese per investimenti green e digitale, mentre altri paesi come la Polonia, di quelli per la difesa. Tedeschi, olandesi, austriaci, finlandesi e tutti i virtuosi frugali non ci pensano proprio.
Ma ecco qui che fa capolino Hayek. Difatti il Covid ha portato anche ad un rilassamento delle disposizioni europee che proibiscono gli aiuti di stato se non vengono concessi a condizioni di mercato: la conseguenza è che nel 2022 sono state approvate sovvenzioni per 540 miliardi di euro e la parte del leone l’ha fatta la Germania che ha rappresentato il 49,3% dei sussidi, seguita dalla Francia con il 29,9 e l’Italia con il 4,7%. E allora cos’è il genio? Come avrebbe detto il Perozzi di Amici miei è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione e quindi — come si è letto in questi giorni — si potrebbe proporre all’alleato germanico uno scambio: meno severità sui conti in cambio di flessibilità sugli aiuti di stato.
E con questo l’Italia si avvierebbe verso un lento suicidio, perché i nostri conti devono essere in ordine non per fare un favore a Lindner, ma perché abbiamo un debito pubblico altissimo, spese per interessi elevate, spesa corrente fuori controllo mentre facciamo fatica a spendere i fondi del Pnrr per gli investimenti e abbiamo già visto come il fardello del debito sia complice dei 30 anni di sottosviluppo italiano rispetto al resto del mondo. Se poi vogliamo che Berlino, che se lo può permettere (per il 2024 già si prevede un deficit solo allo 0,4% del Pil e il debito pubblico al 64,6% del Pil rispetto al 69,6% del 2021) sovvenzioni a tutto spiano la sua industria mentre noi comunque abbiamo vincoli di bilancio, beh il capolavoro è completo. In breve, uno scambio che non s’ha da fare.