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Cina-Usa, le radici della debolezza di Pechino

Il modello Xi non funziona. Ha generato battute d’arresto del tasso di crescita. E ha portato a una crisi del settore immobiliare seguita da un contagio finanziario
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Per chi avesse ancora qualche dubbio, ci sarà da ricredersi: non si uscirà in tempi brevi dalla crisi cinese. E non solo per le recenti difficoltà economiche, ma perché è ormai chiaro che la Cina ha aggiunto al confronto con l’Occidente sui modelli politici e militari una sfida meno evidente, ma non meno importante: un modello di sviluppo economico alternativo a quello occidentale che poggia più sullo statalismo industriale e sulla centralizzazione che sui consumi e sulla flessibilità innovativa.

Si tratta di una sfida codificata dallo stesso leader cinese Xi Jinping in un discorso pronunciato mesi fa, ma reso pubblico soltanto lo scorso 16 agosto su Qiushi, la più importante rivista del Partito comunista cinese.

Xi ha chiesto pazienza rispetto alla crisi, ha negato che lo stimolo dei consumi suggerito dagli economisti internazionali possa essere la soluzione e ha respinto ipotesi di crescita seguendo il modello occidentale. Una posizione che acuisce la divergenza fra le grandi eco…

Per chi avesse ancora qualche dubbio, ci sarà da ricredersi: non si uscirà in tempi brevi dalla crisi cinese. E non solo per le recenti difficoltà economiche, ma perché è ormai chiaro che la Cina ha aggiunto al confronto con l’Occidente sui modelli politici e militari una sfida meno evidente, ma non meno importante: un modello di sviluppo economico alternativo a quello occidentale che poggia più sullo statalismo industriale e sulla centralizzazione che sui consumi e sulla flessibilità innovativa.

Si tratta di una sfida codificata dallo stesso leader cinese Xi Jinping in un discorso pronunciato mesi fa, ma reso pubblico soltanto lo scorso 16 agosto su Qiushi, la più importante rivista del Partito comunista cinese.

Xi ha chiesto pazienza rispetto alla crisi, ha negato che lo stimolo dei consumi suggerito dagli economisti internazionali possa essere la soluzione e ha respinto ipotesi di crescita seguendo il modello occidentale. Una posizione che acuisce la divergenza fra le grandi economie globali.

Il problema è che il modello Xi, come abbiamo visto dai recenti sviluppi dell’economia cinese, non funziona. Ha generato battute d’arresto del tasso di crescita, ha portato a una crisi strutturale del settore immobiliare seguita da un contagio finanziario interno e da preoccupazioni che questo contagio abbia una portata più ampia.

Oltre alla protezione del copyright, a limitare le esportazioni di alta tecnologia utili allo sforzo militare di Pechino ed altro, è anche attorno a questa nuova sfida più politico-ideologica che occorre impostare il dibattito sui rapporti economici con Pechino, chiedendosi per esempio se l’allargamento del gruppo Brics non abbia come obiettivo anche quello di ridefinire i modelli di crescita di altri Paesi esportando le tesi del Partito comunista cinese.

Intanto l’America respinge le pressioni. Il Presidente della Fed, Jerome Powell, a Jackson Hole ha ignorato del tutto i campanelli di allarme sulla debolezza dell’economia cinese e sul possibile contagio in atto tra la crisi immobiliare di gruppi come Evergrande e Country Garden e la finanza internazionale. Come dire: decoupling.

L’America ha spalle larghe, il contagio è lontano, i tassi di crescita e l’occupazione restano elevati e la Federal Reserve, pur non avendo obiettivi di strette a breve, può permettersi di combattere l’inflazione e raggiungere l’obiettivo di un aumento dei prezzi al consumo non superiore al 2%.

In effetti l’economia americana potrebbe crescere nel terzo trimestre a tassi vicini al 6% su base annuale, quella cinese fatica a crescere a tassi del 3.2% (Pechino insiste che sarà del 5% ma i dati ufficiali non sono credibili).

Il rapporto debito/Pil cinese è attorno al 280% limitando di molto le politiche stataliste che vorrebbe Xi, lo stesso rapporto americano è attorno al 120%, dopo una delle più colossali manovre di stimolo fiscale nel post Covid.

Infine il punto chiave, in America i consumi contano per oltre il 70% del Pil, in Cina per il 38%. Di più, se l’occupazione in Usa è ai massimi storici, la disoccupazione giovanile in Cina è al 21%. E così via per il settore manifatturiero e fino agli indici di Borsa entrati nel mercato dell’Orso.

A fronte di questi problemi, Xi nel suo discorso ha spiegato perché è contro una espansione dei consumi, afferma che seguire metodi occidentali di «sovvenzione al consumo» porterebbe a una sorta di welfare negativo per il Paese. La sua tesi è che l’interesse di lungo termine della Cina è da riporsi in una crescita trainata dal settore manifatturiero e da quello infrastrutturale attraverso politiche di investimento centralizzate.

Anche per questo il Wall Street Journal scrive che la politica economica cinese è sotto un tallone ideologico che non si era mai visto in quasi cinquant’anni di apertura dell’economia. E l’Economist, senza entrare nel contrasto ideologico economico, identifica invece nella rigidità politica, nel mancato rinnovo dei vertici con una forte svolta verso il nazionalismo e la centralizzazione del potere attorno a Xi la vera fonte della debolezza economica cinese.

Ed è qui che, più in generale, la battaglia ideologica dei Paesi assolutisti che fanno parte dei Brics cerca di portare un affondo contro le tradizioni democratiche occidentali.

Lo scontro è aperto. Ma un’osservazione si impone: nella decisione e nelle parole del presidente della Fed Powell c’è tutta la concretezza — e la forza — che deriva dalla marcata separazione dei poteri in una democrazia di mercato totalmente assente nei Paesi totalitari. Con una rassicurazione: il modello politico che poggia sulle libertà — anche civili — è ancora il migliore.

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