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Governo, rischi e scenari del logoramento

Roma, Giorgia Meloni a Palazzo Chigi dopo le ferie 

 (ansa)

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Il primo interrogativo autunnale ripropone il solito bivio: la premier deve decidere se essere una conservatrice europea che ripudia l’estremismo ovvero una politica che non recide tutte le sue radici
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La fine dell’estate non è quasi mai una stagione confortevole per i nostri governi. Coincide con i nodi da sbrogliare, la legge di bilancio che si avvicina, le consuete frizioni anche e soprattutto tra alleati.

Quest’anno la scena è particolarmente affollata di problemi, riassumibili così: non ci sono risorse per programmi appena ambiziosi; le riforme sono al punto di partenza (dalla giustizia al presidenzialismo/premierato); gli sbarchi dei migranti continuano alla rinfusa; i rapporti con l’Unione sono fragili e la revisione del patto di stabilità è tutta da verificare. In compenso non mancano i pasticci sul prezzo della benzina.

Dalla sua Giorgia Meloni ha tuttavia due carte. La prima è l’ottima relazione con Washington, grazie al sostegno senza riserve alla causa ucraina. La seconda è la debolezza dei gruppi di opposizione sull’asse Schlein-Conte.

Mai negli ultimi mesi il centrosinistra più il M5S ha dato l’impressione di costituire un’alternativa di governo. Le uscite pubb…

La fine dell’estate non è quasi mai una stagione confortevole per i nostri governi. Coincide con i nodi da sbrogliare, la legge di bilancio che si avvicina, le consuete frizioni anche e soprattutto tra alleati.

Quest’anno la scena è particolarmente affollata di problemi, riassumibili così: non ci sono risorse per programmi appena ambiziosi; le riforme sono al punto di partenza (dalla giustizia al presidenzialismo/premierato); gli sbarchi dei migranti continuano alla rinfusa; i rapporti con l’Unione sono fragili e la revisione del patto di stabilità è tutta da verificare. In compenso non mancano i pasticci sul prezzo della benzina.

Dalla sua Giorgia Meloni ha tuttavia due carte. La prima è l’ottima relazione con Washington, grazie al sostegno senza riserve alla causa ucraina. La seconda è la debolezza dei gruppi di opposizione sull’asse Schlein-Conte.

Mai negli ultimi mesi il centrosinistra più il M5S ha dato l’impressione di costituire un’alternativa di governo. Le uscite pubbliche sembrano costruite per alimentare polemiche effimere, in un “ping pong” quotidiano che spesso lascia il tempo che trova.

Sui temi di fondo, il Pd cerca di recuperare l’egemonia a sinistra riecheggiando le posizioni di papa Francesco sull’immigrazione; oppure ispirandosi alla Germania al fine di ridurre le spese per la difesa.

Una scelta, quest’ultima, che crea più problemi di quanti ne risolva: forse è utile per richiamare un po’ di voti scivolati verso Conte, ma rende più appannato il profilo del Pd come potenziale forza di governo. Un conto è la Germania e un altro è l’Italia, specie quando si parla di politiche della difesa.

Finora l’unica proposta dell’opposizione in grado di incidere è il salario minimo. Tema su cui vale la competenza di Landini, un tempo scettico e oggi convinto della bontà di questa misura. Ed è proprio il segretario della Cgil che, un passo alla volta, sta acquisendo un profilo più politico: come se volesse colmare con l’attivismo e la capacità organizzativa il vuoto a sinistra.

Torniamo al destra-centro. Dice il vicepremier Tajani che criticare la tassa sugli extraprofitti bancari «non significa volere la caduta del governo». Nessuno lo pensa, per quanto riguarda Forza Italia. Il buonsenso suggerisce che almeno fino alle elezioni europee la maggioranza farà attenzione a non superare il livello di guardia nei litigi quotidiani.

Ma attenzione. Se Salvini cerca di erodere consensi alla destra di FdI, anche sfruttando un personaggio discutibile come il generale Vannacci con le sue simpatie pro-Putin, Meloni non può seguirlo in una rincorsa sovranista.

È più logico che lei mantenga un profilo istituzionale e si sforzi di riassorbire un po’ di scontenti e astenuti. Impresa più facile quando si è all’opposizione e invece non troppo semplice dopo un anno di governo.

Il primo interrogativo autunnale ripropone il solito bivio: la premier deve decidere se essere fino in fondo una conservatrice europea che ripudia l’estremismo ovvero una politica che non recide tutte le sue radici, anche per non essere scavalcata da un concorrente.

Qui si arriva al punto. Stabilito che il centrosinistra non ha i seggi per rappresentare un’opzione credibile, la storia insegna che il logoramento di un governo può avere diversi sbocchi. Oggi si sta delineando una dialettica nell’esecutivo tra radicali e istituzionali, diciamo così.

Questi ultimi sono i Crosetto, i Tajani, i Giorgetti. Vale a dire Difesa (cioè la Nato), Esteri, Economia (cioè l’Unione). Sono i settori, e quindi i dicasteri, su cui il presidente della Repubblica ha da sempre un droit de regarde, un diritto di supervisione.

Se i sussulti nella coalizione dovessero farsi insidiosi, il capo dello Stato si affiderebbe a questi interlocutori, oltre che alla premier, per capire cosa succede e non perdere il controllo della situazione.

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