Bielorussia, tocca a Meloni
di Filippo di RobilantAlla fine Giorgia Meloni ci ha messo una pezza. Rimanevano solo due capi di governo europei a non aver accolto nella propria capitale la presidente legittimamente eletta della Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaya, dal 2020 in esilio a Vilnius. L’altro era ed è Viktor Orbán. Vero è che il fugace incontro del 6 luglio scorso a Palazzo Chigi è stato più che altro una photo opportunity, nondimeno politicamente significativo. Per i contenuti la premier ha delegato il ministro degli Esteri Tajani.
All’epoca della visita romana la principale preoccupazione di Tikhanovskaya, oltre alla possibile presenza di Evgenij Prigozhin in Bielorussia dopo la sua fallita marcia su Mosca, erano le voci su trasferimenti di armi nucleari dalla Russia. Al s…
Alla fine Giorgia Meloni ci ha messo una pezza. Rimanevano solo due capi di governo europei a non aver accolto nella propria capitale la presidente legittimamente eletta della Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaya, dal 2020 in esilio a Vilnius. L’altro era ed è Viktor Orbán. Vero è che il fugace incontro del 6 luglio scorso a Palazzo Chigi è stato più che altro una photo opportunity, nondimeno politicamente significativo. Per i contenuti la premier ha delegato il ministro degli Esteri Tajani.
All’epoca della visita romana la principale preoccupazione di Tikhanovskaya, oltre alla possibile presenza di Evgenij Prigozhin in Bielorussia dopo la sua fallita marcia su Mosca, erano le voci su trasferimenti di armi nucleari dalla Russia. Al successivo vertice Nato di Vilnius non ci sono state particolari dichiarazioni di condanna – come Tikhanovskaya sperava – nonostante l’ipotesi fosse verosimile, visto anche il referendum farsa del febbraio 2022 sull’abbandono dello status di neutralità nucleare da parte di Minsk. Probabilmente non ci sono state perché alla Nato sanno che il pulsante nucleare rimane comunque saldamente nelle mani del Cremlino.
Tikhanovskaya ha poi sollevato la questione sanzioni. Il suo timore è che il dittatore Aleksandr Lukashenko riesca a ottenere deroghe per la società Belaruskali, il gigante statale che produce carbonato di potassio (potassa) usato nei fertilizzanti. Dei bambini rapiti in Ucraina, per cui Putin è oggetto di mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale, circa 2.100 sono stati “girati” alla Bielorussia e Lukashenko potrebbe usarli come merce di scambio per ottenere le deroghe. Tikhanovskaya ha chiesto ai Paesi che hanno aderito alle sanzioni di assumere posizioni intransigenti al riguardo.
Altri aspetti sollevati da Tikhanovskaya con gli interlocutori a Roma: ricollocamento di società IT espatriate, riabilitazione psico-fisica di detenuti rilasciati dalle carceri forti della nostra esperienza terapeutica con i bambini di Chernobyl, salvaguardia di cultura e lingua bielorusse cancellate prima dai sovietici e poi dallo stesso Lukashenko, cresciuto all’ombra di Mosca.
Infine, la richiesta politica di maggiore portata rivolta all’Italia: la nomina di un inviato speciale presso l’United Transitional Cabinet (il de facto governo ombra in esilio) al fine di gestire al meglio queste pratiche, sulle orme di quanto già fatto da Usa, Francia, Polonia ed Estonia. La Farnesina si è subito mossa. Alla luce della morte di Prigozhin e delle milizie Wagner lasciate orfane negli accampamenti in Bielorussia, è nostro interesse accelerare i tempi e alzare il livello dell’interlocuzione. Quello che avverrà in Bielorussia nei prossimi mesi è fondamentale per i rapporti di forza nell’area e il fronte democratico in esilio deve essere convintamente sostenuto. Non si tratta di esuli da “convegno della domenica” ma di un gruppo strutturato e compatto che in questi anni ha dimostrato di sapersi muovere con grande abilità nei meandri delle istituzioni internazionali. Un inviato speciale italiano potrebbe essere utile, per esempio, a spingere la decisione di destinare alle organizzazioni democratiche in esilio gli asset bielorussi congelati all’estero. Bene quindi le foto di rito ma meglio ancora perseguire i nostri obiettivi di politica estera in maniera coerente e in tempi congrui.
Lukashenko è una marionetta nelle mani di Putin, che a giorni alterni chiama suo “fratello maggiore”. La sua presunta mediazione all’indomani della sollevazione di Prigozhin non stava in piedi sin dall’inizio. In realtà è stato incastrato per far guadagnare tempo allo zar di Mosca di escogitare la sua vendetta. Il depistatore seriale Lukashenko è ora più fragile, come pure il sistema di potere che lo circonda. Il messaggio putiniano del “chi sgarra paga” vale anche a Minsk. Una situazione precaria che potrebbe condurre a un deconsolidamento del regime.