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I ponti verso il Sud Globale: ecco la sfida per l’Occidente

Se non saranno Stati Uniti ed Europa a proporsi, si corre il rischio di lasciare campo aperto a quei Paesi che interpretano l’esercizio Brics ed altri formati regionali come momento di rottura e non di potenziale dialogo
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Nel primo ventennio di questo secolo ci siamo confrontati con crisi di varia natura sostanzialmente in sequenza, ogni tre, quattro anni ed in genere una alla volta. A partire dall’emergenza Covid nel 2020, seguita dall’aggressione russa all’Ucraina, ce le siamo ritrovate di fronte tutte assieme: crisi politica, economica, energetica, sociale, climatica e non solo.

Nella gestione delle crisi “in sequenza”, abbiamo vissuto senza dubbio un periodo complesso gestito tuttavia, con tutte le contraddizioni del caso, dentro un paradigma che non alterava lo schema di fondo che aveva caratterizzato la geopolitica (e la geoeconomia) determinatesi a partire dalla caduta del muro di Berlino e dalla successiva disgregazione sull’Unione Sovietica.

Globalizzazione spinta e crescita progressiva degli scambi a livello mondiale sembravano comunque in grado di garantire un percorso sperimentato sin dal 1989. Persino al netto di operazioni militari rivelatesi con il tempo esempio di eterogenesi dei fini…

Nel primo ventennio di questo secolo ci siamo confrontati con crisi di varia natura sostanzialmente in sequenza, ogni tre, quattro anni ed in genere una alla volta. A partire dall’emergenza Covid nel 2020, seguita dall’aggressione russa all’Ucraina, ce le siamo ritrovate di fronte tutte assieme: crisi politica, economica, energetica, sociale, climatica e non solo.

Nella gestione delle crisi “in sequenza”, abbiamo vissuto senza dubbio un periodo complesso gestito tuttavia, con tutte le contraddizioni del caso, dentro un paradigma che non alterava lo schema di fondo che aveva caratterizzato la geopolitica (e la geoeconomia) determinatesi a partire dalla caduta del muro di Berlino e dalla successiva disgregazione sull’Unione Sovietica.

Globalizzazione spinta e crescita progressiva degli scambi a livello mondiale sembravano comunque in grado di garantire un percorso sperimentato sin dal 1989. Persino al netto di operazioni militari rivelatesi con il tempo esempio di eterogenesi dei fini, come in Afghanistan e Iraq e, dal nostro angolo visuale in modo esiziale, in Libia.

Sullo sfondo, già da allora, alcuni convitati di pietra, oggi evidenti: costante crescita demografica in molte parti del Sud Globale e crescente denatalità nel nostro continente (Italia su tutti); imperiosa crescita economica e simmetrica postura politica della Cina (con la seconda che tenta ora di compensare gli affanni della prima); la meno spettacolare ma costante e decisa crescita dell’India; l’allargamento del divario tecnologico tra Stati Uniti ed Europa.

Prodotto quest’ultimo anche di quella mancanza d’investimenti indotti dal decennale ordoliberismo tedesco che poneva la stabilità quale premessa della crescita e non viceversa. Concetto questo da non dimenticare mentre si affronta a Bruxelles il tratto finale del negoziato sulla revisione del Patto di stabilità e crescita.

Dal 2020, dunque, tutto cambia nel senso che tutto si accelera. Crisi sanitaria, economica e sociale, energetica e securitaria, inflazione e crescente confronto tra Stati Uniti e Cina (con la novità della Russia junior partner di quest’ultima). Ne emerge uno scenario nel quale il Sud Globale intende comunque giocare un ruolo di rilievo.

Il vertice Brics di Johannesburg non ha celato limiti e disarticolazioni di varia natura a dispetto della narrativa che lo accompagnava. Confermato però il filo conduttore della maggior parte di quei Paesi tenutisi in questi diciotto mesi con le mani libere a proposito del conflitto in Ucraina e le relative sanzioni a Mosca.

La mancanza di una concorde linea anti-occidentale non deve indurre tuttavia allo “scampato pericolo” di sottovalutazione del processo, quanto piuttosto alla ricerca di ogni possibile geometria diplomatica finalizzata alla costruzione di ponti piuttosto che alla cristallizzazione di schieramenti. I tempi consiglierebbero riflessioni out of the box, fuori dagli schemi, visto peraltro il “tasso di invecchiamento” del paradigma di inizio secolo prima evocato.

Quanto suggerito da Gianni Vernetti su un G8 a presenza indiana rappresenta una linea che va in questa direzione, al di là della sua concreta realizzazione. La stessa Europa potrebbe darsi un obiettivo di politica commerciale e di interscambio tecnologico non privo di difficoltà ma sicuramente da preferirsi all’inazione.

New Delhi ospiterà il prossimo vertice G20 (esercizio destinato a non sopravvivere alla costruzione di muri tra blocchi contrapposti); l’Italia assumerà a breve la guida del G7, formato non certo unanimemente ben percepito dal resto del mondo.

Se all’attualizzazione del sistema globale (ivi compreso del ruolo di Istituzioni finanziarie quali il Fondo monetario e la Banca mondiale) non sarà l’Occidente a proporsi assieme ai principali Paesi del Sud, si corre il rischio di lasciare campo aperto a quei Paesi che interpretano l’esercizio Brics ed altri formati regionali come momento di rottura e non di potenziale dialogo.

Uno scenario di imponenti mutazioni, tuttavia, vede oggi sia Washington sia Bruxelles alle prese con importanti cicli elettorali. Forte il rischio che questi ultimi assorbano energie politiche oltremisura. Ma la sfida è talmente chiara (anche perché racchiude molte delle sfide sul tavolo) da indurre a riflettere sul pericolo rappresentato da un ulteriore anno di attendismo e passività. O peggio, di contrapposizione.

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