Bisognerebbe immaginarlo visto da Francesco Lollobrigida, cognato d’Italia, questo Comandante, film italiano diretto da Edoardo de Angelis e interpretato da Pierfrancesco Favino che ha aperto il concorso della Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Storia vera di Salvatore Todaro (Favino, ovviamente), comandante del sommergibile Cappellini che nel 1940 porta a spasso per il Mediterraneo in guerra una macedonia di marinai italiani e di dialetti, diretto verso l’Oceano Atlantico dove affonda una nave belga e quindi, contro ogni direttiva e istinto militare, salva da morte certa la ciurma nemica caricandola a bordo pur senza spazio né cibo per tutti. Immaginare, per esempio, Lollobrigida che confronta l’illuminato scambio di battute tra salvatori e salvati che chiude il film con la sua famigerata replica a una cronista che gli chiedeva conto della tragedia di Cutro (“Ministro, possibile che non si siano ancora risposte sul disastro?”, e lui con un ghigno “questo le crea frustrazione?”…
Bisognerebbe immaginarlo visto da Francesco Lollobrigida, cognato d’Italia, questo Comandante, film italiano diretto da Edoardo de Angelis e interpretato da Pierfrancesco Favino che ha aperto il concorso della Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Storia vera di Salvatore Todaro (Favino, ovviamente), comandante del sommergibile Cappellini che nel 1940 porta a spasso per il Mediterraneo in guerra una macedonia di marinai italiani e di dialetti, diretto verso l’Oceano Atlantico dove affonda una nave belga e quindi, contro ogni direttiva e istinto militare, salva da morte certa la ciurma nemica caricandola a bordo pur senza spazio né cibo per tutti. Immaginare, per esempio, Lollobrigida che confronta l’illuminato scambio di battute tra salvatori e salvati che chiude il film con la sua famigerata replica a una cronista che gli chiedeva conto della tragedia di Cutro (“Ministro, possibile che non si siano ancora risposte sul disastro?”, e lui con un ghigno “questo le crea frustrazione?”).
Con civetteria la Mostra dell’anno uno era Meloni si apre con un fascista tutto d’un pezzo che però salva vite in mare con la determinazione di una ong cosmopolita, a dispetto delle gerarchie e degli alleati nazisti, e maledice chi impedisce che la legge del mare e dell’uomo prevalga sempre e comunque su quelle degli Stati e della guerra. Ma non scambiatelo per un atto ostile del direttore della Mostra Alberto Barbera e tanto meno con la candidatura del Lido di Venezia a capitale del campo largo delle opposizioni. Il film piacerà ai cinefili e pure a molti elettori di Fratelli d’Italia, perché tra tutte le nefandezze dell’Italia mussoliniana in guerra pesca un episodio eroico e commendevole, un italiani brava gente (“Perché ci avete salvato? Noi non lo avremmo fatto”, chiede il capitano belga a Todaro, “Perché siamo italiani”, è la risposta del comandante) e ci sarà un motivo se anche Mediterraneo, premio Oscar 1992 del sinistrissimo Gabriele Salvatores, raccontava la seconda guerra mondiale attraverso una truppa di italiani che la trascorrono amabilmente spiaggiati su isoletta greca. C’è il mandolino anche stavolta. Qui però non si imbosca nessuno, anzi, in Todaro si assommano cameratismo, patriottismo, ansia futurista di scontro e di morte, c’è la Marina militare protagonista come non si vedeva dai tempi di Uomini sul fondo e La nave bianca, anno 1941, il secondo diretto da Roberto Rossellini prima della svolta antifascista.
Se il ministro Gennaro Sangiuliano fosse disposto a glissare sui decreti sicurezza simbolicamente violati potrebbe proporci una serie Rai, su Todaro, avendo scoperto che la prima idea avanzata per la tv pubblica, su Fallaci, era già stata realizzata antemarcia su Palazzo Chigi. Una figura di militare inflessibile ma umano che si farebbe scannare per i suoi uomini, alla fine ideale anche per un pubblico che, di tutta la complessa vicenda, abbia voglia di tagliare con l’accetta solo la conclusione più gradita, oggi ancor più: anche i fascisti hanno fatto cose buone. Todaro è insieme l’anti Vannacci, essendo peraltro generale che ha familiarità con il pensiero e con l’uso corretto della lingua italiana, ma anche – e sia chiaro: suo malgrado – un Vannacci ante litteram per come lo può immaginare lo zio nostalgico che ha comprato Il mondo al contrario su Amazon. Tanto che gli spettatori progressisti, non Lollobrigida, e nemmeno Sangiuliano, avvertiranno un piccolo fremito interiore nel rendersi conto che gli unici cattivi della storia sono due belgi che se ne fregano di essere salvati dagli italiani e cercano di sabotare il sommergibile sibilando “porci fascisti” e finendo presi a schiaffi da tutti, connazionali compresi (per non aumentare lo smarrimento di questa fetta di pubblico è consigliabile non consultare la biografia di Todaro, ucciso in battaglia nel 1942 non prima di essere passato per la X° flottiglia Mas, l’autentica, non quella scambiata per tale all’ultima parata del 2 giugno).
Dunque nella scelta della pellicola d’apertura c’è di certo la casualità (doveva toccare al film di Luca Guadagnino, bloccato dallo sciopero di Hollywood), o forse, come si diceva, una punta di perfida civetteria, però alla fine pure una qualche furbizia, magari involontaria: una Mostra che parte tenendosi aperte tutte le porte aperte con un film a doppia lettura, double face come la presidente del Consiglio, aspirante conservatrice e ispirata sovranista, e come forse noi italiani. In attesa di scoprire se sarà assediata dal nuovo famelico potere della destra sovranista, Venezia esordisce su questa ambivalenza nazionale, che del resto potrebbe valere a Favino la coppa intitolata al fascistissimo conte Volpi, padre della Mostra, e su “questo bordello di Paese putrido e meraviglioso”, come dice a un certo punto Todaro, sebbene nel 1940 fosse decisamente più putrido che meraviglioso, e cosa prevalga ancora oggi ciascuno può valutare, senza però che vi siano dubbi sulla persistenza del bordello.