Chip, l’Italia resta indietro
di Santolo MeoDa quando nel 1986 con la sua brillante interpretazione Marlee Matlin ne decretò il successo, il titolo del film Figli di un Dio minore è diventato anche un’espressione con la quale ci si riferisce a quelli che devono affrontare ogni giorno le stesse sfide di tutti partendo da condizioni più svantaggiate e con meno mezzi. È quello che si profila, al momento, per le imprese italiane dei semiconduttori (chip)? I chip sono essenziali per le tecnologie richieste dalla transizione ecologica e digitale. Sono ormai presenti in ogni apparato elettronico.
Il mercato mondiale dei chip ha realizzato 574 miliardi di dollari nel 2022 e le analisi prevedono che raddoppierà entro il 2030. L’attuale produzione di semiconduttori in Europa non copre neanche la metà del fabbisogno interno. Ci sono problemi di approvvigionamento di mate…
Da quando nel 1986 con la sua brillante interpretazione Marlee Matlin ne decretò il successo, il titolo del film Figli di un Dio minore è diventato anche un’espressione con la quale ci si riferisce a quelli che devono affrontare ogni giorno le stesse sfide di tutti partendo da condizioni più svantaggiate e con meno mezzi. È quello che si profila, al momento, per le imprese italiane dei semiconduttori (chip)? I chip sono essenziali per le tecnologie richieste dalla transizione ecologica e digitale. Sono ormai presenti in ogni apparato elettronico.
Il mercato mondiale dei chip ha realizzato 574 miliardi di dollari nel 2022 e le analisi prevedono che raddoppierà entro il 2030. L’attuale produzione di semiconduttori in Europa non copre neanche la metà del fabbisogno interno. Ci sono problemi di approvvigionamento di materiali ma soprattutto di tecnologia. Le tecnologie più innovative sono a Taiwan, Corea del Sud e Giappone. L’azienda taiwanese Tsmc copre da sola più del 50% del fatturato mondiale dei chip e il 92% di quelli più innovativi. Le tensioni geopolitiche presenti in quell’area metterebbero in poche settimane in crisi le aziende europee del settore in caso di blocchi o rallentamenti nella catena di rifornimento. Questo ha spinto la Commissione europea ad approvare nel 2022 l’European Chips Act, a mobilitare tra finanziamenti pubblici e privati quasi 43 miliardi e a rivedere la sua politica sugli aiuti di Stato, con l’obiettivo di quadruplicare l’attuale produzione entro il 2030 portandosi al 20% della produzione mondiale. In seguito al Chips Act i maggiori Paesi europei si sono subito attivati per sfruttare tutte le forme di finanziamento offerte, per attirare aziende detentrici di know-how. La tedesca Infineon ha firmato insieme a Bosch e Nxp un accordo con Tsmc per realizzare una fabbrica con 2000 nuovi assunti e produrre 480.000 chip all’anno con un investimento totale di 10 miliardi di euro di cui 3,8 forniti da Tsmc. La STMicroelectronics (St), una società italo-francese di chip, insieme alla GlobalFoundries (una delle più grandi aziende produttrici di semiconduttori con sede in California) ha beneficiato di aiuti di stato approvati dall’Europa, su un investimento di 7,4 miliardi di euro, per la realizzazione di un impianto che produrrà 620.000 chips all’anno dando lavoro a più di 1000 nuovi assunti. L’impianto sorgerà a Crolles in Francia, nonostante St disponga di elevate competenze negli stabilimenti di Agrate Brianza e Catania che avrebbero potuto suggerire una dislocazione in Italia. L’Intel, la grande azienda americana di chip, a seguito di contatti avuti col commissario europeo Breton, ha dato la sua disponibilità a realizzare 8 stabilimenti da dislocare nei Paesi europei che offriranno le migliori condizioni per supportare un investimento complessivo di 80 miliardi di euro. Ad oggi ha già firmato un contratto per uno stabilimento da 30 miliardi in Germania, uno da 4,6 miliardi con la Polonia e un contratto di 12 miliardi con l’Irlanda.
Era previsto, su iniziativa del governo Draghi, un impianto anche in Italia che avrebbe dovuto portare 5000 assunzioni di personale compreso l’indotto ma è bloccato da molti mesi. Attualmente circa il 60% della produzione industriale europea di componentistica elettronica, di cui i semiconduttori fanno parte, è realizzata da Germania, Francia e Italia che occupano nell’ordine i primi tre posti.
Germania e Francia si sono assicurati con i citati accordi una prospettiva solida. In Italia ad agosto il governo ha approvato nel decreto Omnibus alcuni interventi per le imprese del settore rimandando al Piano nazionale per la microelettronica, ancora in elaborazione da più di un anno, le azioni coordinate da farsi. Nonostante, quindi, un contesto europeo in fermento in un settore strategico per le nuove tecnologie, la politica industriale dell’Italia appare poco reattiva nell’attirare investimenti internazionali. Non è solo una questione di scarsità di risorse pubbliche, ma una questione anche e soprattutto di visioni strategiche. Al momento non si intravedono opportunità di rilievo tali da consentire alle nostre aziende di poter operare con pari mezzi e condizioni delle altre aziende europee senza sentirsi “figli di un Dio minore”.
L’autore è coordinatore del corso di laurea e laurea Magistrale in Ingegneria Elettrica all’Università Federico II di Napoli. Con questo articolo inzia la sua collaborazione con Repubblica