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Alla Mostra di Venezia le famiglie che si scelgono

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Molti dei film in gara propongono il tema delle comunità diverse da quelle di nascita: soldati, amici, animali che diventano casa
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Famiglie che si scelgono. Se è vero come diceva Bernardo Bertolucci che ricorderemo il mondo attraverso il cinema, e che dunque è il cinema a dirci qual è la musica del tempo, ecco. Questo è il tema che gli artisti di tutto il mondo ci stanno mettendo di fronte, in modo che possiamo vederlo non con la ragione ma con la commozione e col cuore: le famiglie si scelgono. Non servono manifesti, qui, enunciazioni di principi scritti. Non hanno spazio le polemiche politiche, ideologiche, le piccole torri in cui si arroccano vedette di opposti eserciti per alimentare con la frase urlata più forte, lo scandalo del giorno. È la musica del tempo, appunto. È un filo tenace che corre di sala in sala, di visione in visione, di paese in paese. A metà Mostra del cinema di Venezia, in questa ottantesima edizione, i massimi artisti venuti da ovunque parlano di come si possa oggi trovare il proprio posto nel mondo, sentirsi a casa, sopravvivere alla cupezza e all’ingiuria del “fuori” trovando un “dentro…

Famiglie che si scelgono. Se è vero come diceva Bernardo Bertolucci che ricorderemo il mondo attraverso il cinema, e che dunque è il cinema a dirci qual è la musica del tempo, ecco. Questo è il tema che gli artisti di tutto il mondo ci stanno mettendo di fronte, in modo che possiamo vederlo non con la ragione ma con la commozione e col cuore: le famiglie si scelgono. Non servono manifesti, qui, enunciazioni di principi scritti. Non hanno spazio le polemiche politiche, ideologiche, le piccole torri in cui si arroccano vedette di opposti eserciti per alimentare con la frase urlata più forte, lo scandalo del giorno. È la musica del tempo, appunto. È un filo tenace che corre di sala in sala, di visione in visione, di paese in paese. A metà Mostra del cinema di Venezia, in questa ottantesima edizione, i massimi artisti venuti da ovunque parlano di come si possa oggi trovare il proprio posto nel mondo, sentirsi a casa, sopravvivere alla cupezza e all’ingiuria del “fuori” trovando un “dentro”: la propria famiglia, qualunque essa sia. Non sembra essere mai, quasi mai, quella di sangue. La famiglia è la comunità di persone che amiamo e che ogni giorno scegliamo, ostinatamente, è chi ci vede ci somiglia e ci sente: siano soldati, cani, amici, amori di ogni genere, estranei che ci tendono la mano e diventano casa.

Lasciate che faccia un piccolo elenco, senza rivelare troppo di film che vedremo in sala, o in piattaforma, a partire dall’autunno. Comandante di Edoardo De Angelis, il film che ha aperto la Mostra, racconta la storia vera di un soldato, Salvatore Todaro (Pierfrancesco Favino) che potrebbe se volesse restare con la sua famiglia di sangue, la moglie il figlio nato e quella da nascere, è invalido, tutto gli consentirebbe di ritirarsi a vivere sulle colline di Livorno nell’amore dei suoi. Ma non lo fa perché di più ama l’altra sua famiglia, i marinai del sommergibile Cappellini. L’altro suo mondo, l’equipaggio. Lasciate stare, lasciamo stare le discussioni sul “fascista buono”. Lasciamo anche da parte il manifesto di umanità: “Siamo soldati ma non smettiamo di essere uomini”. È ovvio, no?, pazienza se sembra una didascalia per Matteo Salvini presente in sala il tema evidente che in mare chi affoga si salva, questo difatti fa Todaro. Salva il nemico che annega. Restiamo alla famiglia. La sua, glielo dice un sarto indovino ma lo sapeva già, sono gli uomini con cui parte alla guerra.

Nello strabiliante Dogman di Luc Besson un bambino respinto dalla sua famiglia di sangue (abbandonato dalla madre che fugge incinta dalla violenza del marito, tradito dal fratello, brutalizzato ferocemente dal padre – sempre, sia detto per inciso, in nome di Dio) si salva risorge si inabissa nell’amore dei suoi cani, “i miei bambini”. Si traveste, si nasconde e si cerca in un’altra identità (è una drag? È un dog queen? Ha davvero pochissima importanza). Quella è la sua famiglia, il suo centro. Caleb Ladry Jones, il protagonista, maestro assoluto. Più velocemente. Bastarden di Nikolaj Arcel, danese, in concorso. Drammone storico, quasi un western. Fanno famiglia un ex soldato, una domestica fuggita dal padrone crudele, una nomade. Stolen, di Karan Tejpal, indiano, Orizzonti. Due fratelli non così legati, davvero dissimili, mettono la loro fragile relazione alla prova di un compito: aiutare una donna poverissima che cerca di ritrovare la sua bambina, rapita o comprata. Diventano famiglia. In Ferrari (al netto del fatto che sarebbe da pretendere che a interpretare una famiglia italiana fossero attori italiani, non chi dell’italianità fa una macchietta. In caso contrario siano candidati Favino o Borghi per il prossimo biopic su Kennedy) la famiglia è l’azienda. Nell’Ordine del Tempo della meravigliosa Liliana Cavani, Leone d’Oro alla Carriera, una famiglia allargata passa insieme il weekend mentre la terra rischia di essere colpita da un asteroide: amici, primi amori, ex amanti, innamorati a distanza. In Adagio di Stefano Sollima il giovane Manuel, respinto dal vero padre (Toni Servillo), ne trova uno nel nemico del padre (di nuovo Favino). In Enea, Pietro Castellitto alla regia, è l’amico Valentino a essere suo fratello. Più che fratello. In Poor things di Lanthimos, Grecia, standing ovation, forse finora il film più amato, meraviglia a giudizio direi unanime, c’è una giovane donna riportata in vita da uno strano scienziato. Willem Dafoe, strepitoso, non può avere figli: si costruisce casa a partire da una domestica.

Ho finito con le trame. Son poca cosa, le trame. Servono solo a dire che mi pare, ma potrei sbagliare, che il mondo intero del cinema ci stia dicendo una cosa sola. Trovate posto dove c’è qualcuno che vi ama, che amate. Restate lì. Da lì provate a farcela, che non è un bel tempo questo tempo. I legami di sangue ingannano. Lasciateli indietro, tenendoli sempre a mente certo, tanto loro tengono a mente voi, ma lasciateli andare – se potete. La famiglia si sceglie.

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