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Salario minimo, il segno della realtà

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Anche tra i manager e gli industriali del Forum Ambrosetti di Cernobbio si spera nel salario minimo. Ecco perché
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Non è uno scherzo del destino, ma un segno della realtà. Il Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove l’unico contatto tra redditi a cinque o sei zeri e il lavoro “povero” avviene a pranzo e a cena, quando i camerieri avventizi del catering servono un lauto pasto ai partecipanti, non parrebbe il luogo più adatto per promuovere di fatto il salario minimo.

Eppure, dallo studio sull’attrattività del sistema Italia presentato al Forum, dal sondaggio che, come ogni anno viene condotto in sala e dalle opinioni che si raccolgono fuori e dentro quelle stanze, proprio la qualità del lavoro e la quantità della sua retribuzione sono un tema che interessa il mondo imprenditoriale più di quanto una schematica divisione tra destra e sinistra potrebbe far pensare.

Non è uno scherzo del destino, ma un segno della realtà. Il Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove l’unico contatto tra redditi a cinque o sei zeri e il lavoro “povero” avviene a pranzo e a cena, quando i camerieri avventizi del catering servono un lauto pasto ai partecipanti, non parrebbe il luogo più adatto per promuovere di fatto il salario minimo.

Eppure, dallo studio sull’attrattività del sistema Italia presentato al Forum, dal sondaggio che, come ogni anno viene condotto in sala e dalle opinioni che si raccolgono fuori e dentro quelle stanze, proprio la qualità del lavoro e la quantità della sua retribuzione sono un tema che interessa il mondo imprenditoriale più di quanto una schematica divisione tra destra e sinistra potrebbe far pensare.

Fino ad assistere a uno spettacolo per certi versi paradossale; ossia quello di una platea che non si presume certo schierata con Elly Schlein che si ritrova alla fine più vicina alle battaglie del Pd o dei Cinque Stelle – scontato l’appoggio a Carlo Calenda, che se si votasse solo tra gli industriali di Cernobbio e solo in questi giorni, sarebbe premier per acclamazione - che non alla posizione di chiusura sul tema del governo di destra.

Utopia egualitaria che inaspettatamente prende piede sulle sponde del Lago di Como? Tutt’altro: qui si tratta di semplice esame di realtà. Di fronte al governo (notata e non apprezzata l’assenza di Meloni) verso cui il giudizio resta comunque favorevole, anche in mancanza di qualsiasi alternativa parlamentare, il pragmatismo degli imprenditori non può fare a meno di tenere in conto il quadro economico in cui le aziende, i cittadini e la politica si muovono.

Un quadro che oggi si dipinge con poche, grandi pennellate in toni scuri: il Pnrr che rischia sempre più di essere un’occasione mancata, il Patto di stabilità che si riavvicina alla sua forma originaria e perde l’utile (e comoda) elasticità degli ultimi anni, i tassi che sono destinati a restare alti o addirittura a salire ancora e infine il Pil che scende dello 0,4% - cioè più del previsto – nel secondo trimestre dell’anno. Non è la recessione tedesca, che morde quel Paese un po’ di più, ma agita un’economia dalle fondamenta pubbliche e private assai più solide delle nostre ed è comunque anch’essa fonte di preoccupazione per le tante imprese esportatrici del Nord Italia. Ma è, appunto, un quadro abbastanza scuro, nel quale anche la domanda interna dà segnali di rallentamento e di fronte a cui è da escludere - "la legge di bilancio sarà prudente”, ha ripetuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - una spinta al deficit per finanziare la spesa pubblica e spingere la congiuntura. Dunque, per la domanda interna bisogna contare sui consumi. Ma i consumi in un’economia che rallenta - e perde il reddito di cittadinanza - non sono destinati a brillare. E brilleranno anche meno se il lavoro povero diventa ancora più povero.

Con queste coordinate in mente, anche i dati noti che vengono riproposti dal rapporto del Forum - prima di tutto quello sui salari in Italia che, unico tra i grandi Paesi europei, ha visto scendere e non salire la retribuzione media nel trentennio 1991-2022 - o la classifica sul cuneo fiscale, che ci vede ai primi posti come prelievo sulle retribuzioni, assumono un aspetto più minaccioso. Così come fa riflettere il dato sui contratti a tempo determinato, che - segnala il rapporto - si trasformano in contratti a tempo indeterminato solo nel 6% dei casi; lontanissimo dal record del 43% che spetta alla Lettonia, ma anche dal 22% registrato dal Portogallo.

Adesso che le sale dell’hotel Villa d’Este si svuotano e i ministeri e la politica tornano al lavoro, si vedrà se questa dose di realismo che arriva anche dal mondo delle imprese avrà permeato in qualche modo il dibattito, o se sul salario minimo continuerà uno scontro sostanzialmente ideologico. C’è da sperare nella prima ipotesi, c’è da scommettere - purtroppo - sulla seconda.

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