La “bozza Casellati” non è ancora uscita dal suo bozzolo. Succederà entro la fine di settembre — dicono — con il timbro ufficiale del Consiglio dei ministri. Ma nel frattempo circolano anteprime, antipasti, anticipazioni. Viaggiamo verso il premierato, con un presidente del Consiglio eletto a suffragio universale. Più che una riforma, una rivoluzione costituzionale. Dove s’affaccia un modello catto-giudaico, parrebbe di capire; giacché unisce in matrimonio il «sindaco d’Italia» brevettato nel 1996 da Mariotto Segni, con il «sindaco d’Israele» inventato nel 1992 da Yitzhak Rabin, e poi gettato nel cestino dei rifiuti. Il passato che non passa.
E come funzionerebbe il marchingegno? Garantendo un governo di legislatura, anzi no. Perché il Pr…
La “bozza Casellati” non è ancora uscita dal suo bozzolo. Succederà entro la fine di settembre — dicono — con il timbro ufficiale del Consiglio dei ministri. Ma nel frattempo circolano anteprime, antipasti, anticipazioni. Viaggiamo verso il premierato, con un presidente del Consiglio eletto a suffragio universale. Più che una riforma, una rivoluzione costituzionale. Dove s’affaccia un modello catto-giudaico, parrebbe di capire; giacché unisce in matrimonio il «sindaco d’Italia» brevettato nel 1996 da Mariotto Segni, con il «sindaco d’Israele» inventato nel 1992 da Yitzhak Rabin, e poi gettato nel cestino dei rifiuti. Il passato che non passa.
E come funzionerebbe il marchingegno? Garantendo un governo di legislatura, anzi no. Perché il Premier eletto contestualmente al Parlamento deve ottenere la fiducia di quest’ultimo, altrimenti si va a elezioni anticipate. E perché in corso d’opera il Parlamento può sempre rimpiazzarlo, votandogli contro una mozione di sfiducia. La sola condizione è che il nuovo Premier venga indicato espressamente nella mozione che licenzia il vecchio; e che a licenziarlo sia la stessa maggioranza uscita dalle urne, per evitare ribaltoni. Dunque una sorta di “sfiducia costruttiva” quale esiste in Germania, in Belgio, in Spagna. Ma è un errore di grammatica, giacché questo strumento è tipico della forma di governo parlamentare, non di quella presidenziale o neopresidenziale. Se le Camere possono revocare il presidente eletto, si svuota il potere attribuito al popolo che l’aveva votato. E s’apre un conflitto tra eletti ed elettori, tra Parlamento e corpo elettorale.
Quanto al peso politico del Premier, ne risulta indebolito, benché la riforma intenderebbe rafforzarlo. Perché diventa ostaggio della sua stessa maggioranza, e soprattutto dei piccoli partiti, quando i loro seggi sono indispensabili per continuare a governare. Ciascuno deterrà un potere di vita o di morte non solo sull’esecutivo, bensì sulla legislatura, dato che la crisi di governo comporta lo scioglimento anticipato, se non c’è accordo sul nuovo presidente del Consiglio. E dato che l’accordo non può venire raggiunto con una manovra parlamentare, chiamando in soccorso questo o quel partito dell’opposizione: lo vieta la norma “antiribaltoni".
Ma il presidente, come verrà eletto? Con una legge elettorale di stampo maggioritario, nel nome della mitica “governabilità”. Anche se l’esperienza italiana è di tutt’altro segno: non si contano le crisi di governo che abbiamo via via sperimentato durante gli anni della seconda Repubblica, l’era del maggioritario. Forse verrà introdotto il ballottaggio fra i due candidati più votati, forse basterà raggiungere la soglia del 40 per cento per incassare immediatamente l’elezione; ma è materia da dirimere con la nuova legge elettorale, si vedrà a suo tempo. In questo primo tempo s’annunzia invece un intervento chirurgico su un pugno di norme costituzionali, tre o quattro al massimo. Meglio così, dicono dalle parti del governo: le maxiriforme hanno sempre portato iella a chi le aveva generate. E poi gli elettori non avranno da confondersi, quando verrà loro sottoposto il testo, nel referendum che dovrà avallare la riforma. Se metti troppa carne al fuoco, ne viene fuori un piatto indigeribile.
Giusto, così come era stato ingiusto il doppio referendum costituzionale del 2006 e del 2016, quando prima Berlusconi e dopo Renzi ci servirono un menù condito con una cinquantina d’articoli della Costituzione. Costringendoci ad accettarli in blocco, sia i diavoli che i santi, sia gli interventi sui quali ci sentivamo in disaccordo, sia quelli condivisi. Oppure a rifiutarli in blocco, ed è ciò che successe. Però in una riforma costituzionale il non detto conta più del detto. Se non tocco il Parlamento, se non ne rafforzo le funzioni, in realtà lo indebolisco, mentre si gonfia il ruolo del presidente del Consiglio. E dimagrisce il capo dello Stato, se perde i suoi poteri più importanti: la nomina del Premier e lo scioglimento delle Camere. Le istituzioni non hanno compartimenti stagni: tout se tient, come dicono i francesi. A ogni peso, perciò, va affiancato un contrappeso, per tenere il sistema in equilibrio. Altrimenti un potere torreggerà su tutti gli altri, a scapito delle garanzie costituzionali.