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Sicurezza, serve una risposta di sinistra

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Ammesso e non concesso fosse necessario un ennesimo banco di prova, il decreto legge sulla lotta alla criminalità minorile mostra questa destra di governo per quello che è. Nella versione “mamma di ferro” (come avrebbe detto un tempo l’Istituto Luce e titolava sobriamente ieri “Libero”), Giorgia Meloni torna a recitare il canovaccio con cui, da trent’anni, le destre europee e l’ultradestra americana tengono in ostaggio il dibattito pubblico, dirottandone l’attenzione e le priorità. Creano un’agenda della paura, con quella paura intossicano l’opinione pubblica, a quella paura si candidano a porre rimedio con misure securitarie di cui è statisticamente dimostrata l’inutilità e che, nell’ossessivo ricorso alla norma penale, restringono progressivamente la sfera delle nostre libertà, ma che parlano alla pancia del Paese, ne intercettano gli umori profondi. Ieri i migranti, oggi i minori violenti e la catastrofe sociale di luoghi come Caivano, domani chi sa. Lo hanno egregiamente spiegato …

Ammesso e non concesso fosse necessario un ennesimo banco di prova, il decreto legge sulla lotta alla criminalità minorile mostra questa destra di governo per quello che è. Nella versione “mamma di ferro” (come avrebbe detto un tempo l’Istituto Luce e titolava sobriamente ieri “Libero”), Giorgia Meloni torna a recitare il canovaccio con cui, da trent’anni, le destre europee e l’ultradestra americana tengono in ostaggio il dibattito pubblico, dirottandone l’attenzione e le priorità. Creano un’agenda della paura, con quella paura intossicano l’opinione pubblica, a quella paura si candidano a porre rimedio con misure securitarie di cui è statisticamente dimostrata l’inutilità e che, nell’ossessivo ricorso alla norma penale, restringono progressivamente la sfera delle nostre libertà, ma che parlano alla pancia del Paese, ne intercettano gli umori profondi. Ieri i migranti, oggi i minori violenti e la catastrofe sociale di luoghi come Caivano, domani chi sa. Lo hanno egregiamente spiegato su questo giornale Isaia Sales, Francesco Bei e Massimo Ammaniti.

La destra fa la destra, insomma. Ed elegge a terreno della sua partita politica quello che le è più congeniale: la sicurezza. Da intendersi anche e soprattutto come sentimento e percezione del cittadino. Una sicurezza, va da sé, che provvede a declinare con un doppio standard nell’uso dello strumento penale e processuale. Implacabile con gli ultimi e con i deboli, balbettante e remissivo con i forti. E nel farlo ha gioco facile. Perché — eccoci al punto — in questa nuova stagione securitaria della destra, la sinistra, a cominciare dal Pd di Elly Schlein, non esiste. Non se ne coglie la voce. Se ne ignorano le intenzioni. Come se quel termine — sicurezza — non rispondesse a un bisogno di un Paese, ormai incline persino al linciaggio di strada (è storia di ieri al Quarticciolo, a Roma), ma rappresentasse la fossa delle Marianne in cui la sinistra è destinata a perdere la propria innocenza. A somigliare inevitabilmente alla destra. E dunque da evitare come la peste.

E’ un errore politico esiziale. Che tradisce una debolezza identitaria profonda. Perché rinuncia a credere e a dimostrare che quella parola — sicurezza — è di sinistra. Perché se è vero che al fondo delle politiche della sicurezza è la garanzia del bene comune e quindi la difesa della democrazia, della sua agibilità, la sicurezza non può che essere patrimonio della sinistra. Perché la sicurezza non è (solo) ordine pubblico. È libertà. A maggior ragione per quanti — i più deboli, i meno ricchi, i non garantiti — la sicurezza non possono comprarsela.

Una sinistra che lotta per ampliare il perimetro dei diritti e colmare le diseguaglianze può essere costruita e diventare maggioritaria solo se non abdicherà a quella parola con cui oggi sembra avere di nuovo paura a misurarsi e che la destra usa come clava securitaria. Perché solo questo impedirà alla destra di avere gioco facile nella rappresentazione grottesca di una sinistra elitaria, snob, nata con le mutande di seta, e per questo lontana dalle richieste del Paese.

Purtroppo, sin qui, i segnali di un percorso di riappropriazione politica del tema della sicurezza sono assenti. Marco Minniti, l’uomo che, da sottosegretario di Stato prima, da ministro dell’Interno poi, aveva provato a costruire politiche riformiste che da sinistra si misurassero con una sintesi in grado di declinare democraticamente il binomio sicurezza-libertà — uno snodo cruciale del nostro tempo — è stato frettolosamente liquidato a sinistra in un mix di pavidità, dissociazioni postume e cattiva coscienza. A cominciare dagli epigoni del Pd di Renzi e Gentiloni che, anziché interrogarsi su come costruire su quell’esperienza politica, come articolarla in una nuova stagione della sinistra, hanno preferito ritenerlo a posteriori un corpo estraneo.

Se possiamo dunque dare un consiglio al Pd di Elly Schlein, è quello di non rinunciare a interrogarsi sulle risposte che chiedono i napoletani o sull’incubo di ogni genitore di figlio adolescente o sul tema del governo dei flussi migratori. E provare a dare delle risposte di sinistra che si misurino sul terreno in cui la destra si rifugia ogni volta che è in difficoltà. Continuare a non farlo non aiuta a costruire l’identità di una sinistra anche radicale. Ma solo a trovare dietro l’ultima curva un Vannacci di turno o una “mamma di ferro”.

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