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Se la Jihad conquista l’Africa

Se la Jihad conquista l’Africa
(afp)

A 22 anni dagli attacchi dell’11 settembre il terrorismo islamico è ancora una minaccia, ma ha cambiato il proprio baricentro

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Annualmente l’arrivo dell’11 settembre porta a riflessioni sui tragici eventi di ormai ventidue anni orsono e gli sviluppi che hanno ingenerato nelle due decadi successive. In Occidente, dove da anni non si registra un attacco terrorista di rilievo ed altre minacce — guerra in Ucraina in primis — hanno comprensibilmente catturato l’attenzione generale, la percezione è quella che il jihadismo sia ormai una forza spenta che costituisce una minaccia solo occasionale e limitata.

La realtà, ben nota agli addetti ai lavori dell’antiterrorismo, è ben diversa. In sostanza, il jihadismo sta semplicemente attraversando una fase di trasformazione fisiologica per un movimento con più di 50 anni di storia. Stato Islamico e Al Qaeda, i due gruppi che ne tracciano le linee guida e coordinano le attività a livello globale, sono da tempo in crisi. Il primo, dopo aver visto la caduta del proprio Califfato, ha visto una lunga schiera di sedicenti califfi uccisi, dando la chiara impressione di una leadership più impegnata a nascondersi che ad architettare un ritorno sulla scena. Al Qaeda trova oggi un rifugio relativamente sicuro dal regime talebano in Afghanistan, ma il gruppo dirigente qaedista non sembra capace di coordinare il network globale che in teoria presiede.

Ma a fronte di questa paresi dei gruppi centrali, negli ultimi anni si è registrata una drammatica crescita delle attività dei gruppi satellite, gli affiliati locali dei franchise Al Qaeda e Isis sparsi per il mondo. E tra questi spiccano per aggressività e letalità i vari gruppi jihadisti operanti nel continente africano, che ormai ha ampliamente sostituito il Medio Oriente come baricentro del jihadismo. Un arco di estremismo che vede, da est a ovest, varie formazioni attive nello sterminato deserto del Sahel, dove minacciano Paesi endemicamente instabili (vedasi i recenti colpi di stato in Mali e Niger); Boko Haram attivo in Nigeria e vari Paesi confinanti; al Shabaab in Somalia; e affiliazioni dell’Isis attive in quasi tutta l’Africa centro-orientale, dal Mozambico al Congo, dall’Uganda al Sudafrica. Una galassia del terrore che solo in Africa Occidentale nei primi mesi del 2023 ha causato 1.800 attacchi e 4.600 morti. Numeri più alti dell’11 settembre ma che, purtroppo, suscitano attenzioni mediatiche e politiche limitate in quanto provenienti dalla remota Africa.

Le condizioni sociali e politiche che favoriscono questi sviluppi sono diversi da Stato a Stato ma sostanzialmente simili in tutto il Continente: povertà e corruzione endemiche, crisi climatiche, diffusione di madrasse dell’Islam radicale, regimi deboli e incapaci di contrastare l’avanzata dei gruppi jihadisti. Un problema crescente con conseguenze ben oltre l’Africa. Ad esempio, l’instabilità creata dagli jihadisti è uno dei principali fattori che determinano i flussi migratori con destinazione Europa. Ma il jihadismo africano ricopre anche un ruolo importante nella competizione globale tra potenze nel nuovo mondo multipolare. Regimi africani minacciati dal jihadismo devono trovare alleati esterni che li proteggano. L’America, stanca da due decadi di guerra al terrorismo e avvolta da tensioni interne e spinte isolazioniste, non sempre accoglie queste richieste. La Francia è invisa a molti regimi locali e sta vedendo la sua presenza sul continente diminuire rapidamente. Ne beneficiano la Russia, che da anni usa con successo la Wagner come longa manus nel continente africano, la Cina, e attori minori con ambizioni politiche regionali, quali la Turchia e alcuni Paesi de Golfo.

Non abbiamo ancora visto attacchi in Occidente originare dall’Africa, come avvenne invece con l’Afghanistan ventidue anni fa. Ma i motivi per non ignorare l’avanzata del jihadismo nel continente sono molteplici e dovrebbero essere presi seriamente dai governi europei, dall’America e dalla comunità internazionale.

Lorenzo Vidino è il direttore del Programma sull’Estremismo presso la George Washington University.

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