Se i capitali se ne vanno
di Walter GalbiatiManeggiare con cura. Con un Pil rivisto quest’anno dall’1,2% allo 0,9%, è la raccomandazione che più andrebbe fatta a chi guida il ministero dell’Economia e delle finanze. Perché anche piccoli sbagli possono compromettere la traiettoria di un Paese che senza la crescita non è in grado di sostenere il proprio debito. Muoversi con attenzione significa innanzitutto creare le condizioni perché l’Italia rimanga, o lo diventi sempre più, un luogo in cui investire conviene. E Giancarlo Giorgetti sa quanto gli investimenti siano sinonimo di crescita tanto che tra le sue proposte per il nuovo Patto di Stabilità europeo vi è l’idea di estrapolarli dal calcolo del debito.
Eppure qualche manovra scriteriata il governo l’ha già compiuta e ora si appresta a compierne un’altra, a meno che non si ravveda. Con la tassa sugli extra profitti delle banche (giusta o no), in un sol giorno ha bruciato il 10% di capitalizzazione di tutti gli istituti di credito quotati. Ma quel che più ha pesato non è stat…
Maneggiare con cura. Con un Pil rivisto quest’anno dall’1,2% allo 0,9%, è la raccomandazione che più andrebbe fatta a chi guida il ministero dell’Economia e delle finanze. Perché anche piccoli sbagli possono compromettere la traiettoria di un Paese che senza la crescita non è in grado di sostenere il proprio debito. Muoversi con attenzione significa innanzitutto creare le condizioni perché l’Italia rimanga, o lo diventi sempre più, un luogo in cui investire conviene. E Giancarlo Giorgetti sa quanto gli investimenti siano sinonimo di crescita tanto che tra le sue proposte per il nuovo Patto di Stabilità europeo vi è l’idea di estrapolarli dal calcolo del debito.
Eppure qualche manovra scriteriata il governo l’ha già compiuta e ora si appresta a compierne un’altra, a meno che non si ravveda. Con la tassa sugli extra profitti delle banche (giusta o no), in un sol giorno ha bruciato il 10% di capitalizzazione di tutti gli istituti di credito quotati. Ma quel che più ha pesato non è stata la svalutazione dei titoli, in parte poi recuperata, ma la perdita di credibilità del Paese di fronte ai grandi investitori istituzionali. Mettere i propri capitali su una banca in attesa di riceverne gli utili e poi vederseli decurtare improvvisamente da un giorno all’altro mina la fiducia verso il nostro mercato. E non è detto che i grandi fondi pensione, le società di gestione o le assicurazioni vogliano prendersi di nuovo questo rischio. Operazioni di tal genere andrebbero preparate e pensate con cura, non realizzate la sera in un consiglio dei ministri senza nemmeno il titolare del dossier.
Ora è la volta del Ddl Capitali. Un testo che ha la pretesa di migliorare parti del Testo unico della finanza scritto da Draghi nel 1998 e che, tra le altre cose, dovrebbe facilitare l’ingresso di capitali in Italia, indispensabili per far crescere le aziende quotate e no, e con esse l’economia italiana. Peccato che a leggere gli emendamenti preparati dai relatori Orsomarso (FdI) e Damiani (FI), e quindi con grande probabilità di essere approvati, si abbia la sensazione che si vada nella direzione opposta, quella di allontanare i grandi capitali dal Paese.
Il più grande errore consiste nel rendere le società quotate ingovernabili nel tentativo di voler depotenziare il meccanismo della “lista del cda”, ovvero la prassi che consente al consiglio di amministrazione uscente di presentare all’assemblea la lista dei nuovi consiglieri da eleggere. Per i relatori, e per chi ha suggerito loro questa proposta, la “lista del cda” non sarebbe altro che il tentativo dei manager di perpetuare il proprio potere. In realtà si tratta della più diffusa prassi all’interno delle società quotate tanto che capita quasi sempre che l’assemblea, composta per lo più da investitori istituzionali, qualora ve ne sia una, voti la lista del cda.
Ben 45 delle 50 società comprese nell’indice Eurostoxx 50 che raccoglie i più grandi gruppi per capitalizzazione quotati sui mercati europei presentano la possibilità o l’obbligo che sia il consiglio di amministrazione uscente — o il consiglio di sorveglianza nelle società che seguono il sistema dualistico — a formulare all’assemblea le candidature per il rinnovo totale o parziale del cda. Ora siccome il mercato è schierato con i manager che presentano le liste dei consiglieri si cerca di cambiare le carte in tavola per legge. Come? Assegnando alla lista del cda, qualora vincesse, non tutti i consiglieri meno uno da lasciare alle minoranze (come dice il Tuf), ma solo la metà dei consiglieri più uno.
È come se a Giorgia Meloni, una volta vinte le elezioni, la legge avesse imposto di scegliere non tutti i ministri, ma solo la metà più uno e di lasciare gli altri al Partito Democratico e ai Cinque Stelle. Il risultato sarebbe stato di un Paese ingovernabile e allora non si capisce perché si voglia riservare questo futuro alle società quotate. Ancor più bizzarra la norma per cui se in assemblea vince “la lista del cda”, a cui va il 50% più uno dei consiglieri, e un azionista di minoranza prende più del 20%, a questo azionista vengono riservati il restante 49% dei consiglieri, con un premio mai visto in nessuna elezione.
È un emendamento al Tuf di cui il mercato non avverte la necessità e dannoso per la credibilità dell’Italia di fronte ai grandi investitori, che ben si guarderebbero dal puntare i propri soldi su società ingovernabili (oggi prevedono “la lista del cda” Mediobanca, Generali, Unicredit, Fineco, Prysmian, Banco Bpm, Eni, Enel, Unipol, Nexi e Terna). Resta da capire se Meloni e Giorgetti sono disposti ad arrecare questo danno al Paese pur di agevolare la scalata a gruppi come Mediobanca e Generali da parte di grandi azionisti a loro vicini.