La vocazione minoritaria è una scelta che seduce in forme diverse sia Salvini sia Elly Schlein, destra e sinistra. Entrambi si rivolgono ai loro militanti e prediligono i toni radicali. Entrambi evitano le prudenze e le sfumature di chi vuole conquistare il consenso di una platea più ampia di elettori. Non è una novità, ma colpisce l’evidenza di una simmetria che non più solo una coincidenza. Salvini sa benissimo che convocare in modo plateale Marine Le Pen sul prato di Pontida, dopo aver blandito anche gli estremisti tedeschi di AfD, spinge la Lega sempre più a destra e la mette ai margini di qualsiasi futuro assetto europeo. Ma la questione gli è indifferente in quanto non è interessato a contare in Europa, bensì ad avere un maggiore potere di interdizione in Italia rispetto a Giorgia Meloni.
Dal canto suo, Elly Schlein è probabilmente conscia che il suo Pd, orgoglioso di interpretare la nuova sinistra al punto di rallegrarsi se i riformisti se ne vanno, si avvia a incarnare un’ide…
La vocazione minoritaria è una scelta che seduce in forme diverse sia Salvini sia Elly Schlein, destra e sinistra. Entrambi si rivolgono ai loro militanti e prediligono i toni radicali. Entrambi evitano le prudenze e le sfumature di chi vuole conquistare il consenso di una platea più ampia di elettori. Non è una novità, ma colpisce l’evidenza di una simmetria che non più solo una coincidenza. Salvini sa benissimo che convocare in modo plateale Marine Le Pen sul prato di Pontida, dopo aver blandito anche gli estremisti tedeschi di AfD, spinge la Lega sempre più a destra e la mette ai margini di qualsiasi futuro assetto europeo. Ma la questione gli è indifferente in quanto non è interessato a contare in Europa, bensì ad avere un maggiore potere di interdizione in Italia rispetto a Giorgia Meloni.
Dal canto suo, Elly Schlein è probabilmente conscia che il suo Pd, orgoglioso di interpretare la nuova sinistra al punto di rallegrarsi se i riformisti se ne vanno, si avvia a incarnare un’idea di società che disorienta l’elettorato tradizionale. A sinistra si riproduce in forme moderne, ma dal sapore antico, l’eterna disputa tra massimalisti e, appunto, riformisti. Con la differenza che in gioco non c’è più la prospettiva rivoluzionaria, bensì una radicalizzazione che punta a escludere per sempre il vecchio gruppo dirigente e a collocare il partito a fianco dei Cinque Stelle di Conte, tuttavia senza esercitare una leadership, una qualche forma di egemonia su di essi.
Salvini viceversa non ha il problema di incarnare un’alternativa ai meloniani Fratelli d’Italia. Vuole solo evitare di essere annientato un passo dopo l’altro. Raccogliendo consensi a destra, ottiene il diritto a reclamare una dose maggiore di potere nella coalizione: quasi un Ghino di Tacco minore, senza dubbio privo della visione e dell’orizzonte di Craxi. Se poi la relazione politica con la Le Pen e altri destri complicherà le strategie della presidente del Consiglio in Europa, sarà un positivo e ben accolto effetto collaterale. Del resto, aver attaccato in modo frontale il commissario Gentiloni ha obbligato la premier Meloni ad adeguarsi. E nelle stesse ore il tedesco Weber, protagonista dell’apertura a destra per conto dei Popolari tedeschi, sembra aver rinunciato al suo disegno. E non c’è da meravigliarsi, se si considera che il Ppe è impegnato in una lotta all’ultimo voto per tenere a bada i para-nazisti di Alternative e non può accettare, come è ovvio, che nei dintorni ci sia qualcuno (Salvini) che invece li accredita.
È un tema tutto politico destinato a mettere in difficoltà Giorgia Meloni, se il suo obiettivo non è solo conservare il consenso in Italia, ma coltivare una proiezione nell’Unione. I primi mesi del 2004 saranno decisivi al riguardo perché si voterà in alcune regioni importanti e si rinnoverà il Parlamento europeo. Alla Lega interessano soprattutto le regioni, la premier dovrà invece giocare su entrambi i tavoli. Consapevole che il radicalismo minoritario aiuta il suo rivale.
Quanto a Elly Schlein, ieri un editoriale del “Foglio” sottolineava come la segretaria del Pd sia attratta dalla “sinistra perdente” e non da quella che potrebbe prevalere conquistando nuovi elettori. In effetti nel Pd rimodellato c’è molto Corbyn, il laburista ideologico e massimalista, e pochissimo Starmer, il suo pragmatico successore che probabilmente riporterà la sinistra inglese a Downing Street. Oppure, se si preferisce, c’è molto dell’estetica politica di un Mélenchon, il francese che nobilita l’identità sentimentale della sinistra radicale, ma non si pone sul serio il problema di governare la Francia. Essere minoranza è forse appagante, tuttavia si rischia di rinunciare alla politica.