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L’assenza dell’Italia

Giorgia Meloni

 (ansa)

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L’isolamento della nostra nazione è il risultato di una sconfitta politica
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Meloni governa da un anno. Ma in Europa il nome italiano che conta è ancora quello di Mario Draghi, incaricato ieri da Ursula von der Leyen di rilanciare la competitività della Ue. Il resto, purtroppo, è silenzio, rotto solo da balbettamenti incomprensibili. Meloni, a Bruxelles, è un’ombra. L’Italia sperimenta il dramma di un primo ministro che non conosce né la grammatica né la sintassi della lingua comune europea. E che dunque, più che essere isolato dagli altri, è emarginato e marginale e non riesce a portare a casa nessuno dei suoi pur confusi obiettivi politici. Gli ultimi giorni ci hanno purtroppo regalato una antologia dei danni provocati da questa incomunicabilità di linguaggio che rispecchia una povertà di idee e una inettitudine politica che forse neppure Berlusconi era riuscito a eguagliare.

Sull’emergenza migranti, che emergenza non dovrebbe essere visto che siamo solo il quinto Paese europeo per numero di richieste d’asilo, siamo riusciti a esasperare sia la Francia…

Meloni governa da un anno. Ma in Europa il nome italiano che conta è ancora quello di Mario Draghi, incaricato ieri da Ursula von der Leyen di rilanciare la competitività della Ue. Il resto, purtroppo, è silenzio, rotto solo da balbettamenti incomprensibili. Meloni, a Bruxelles, è un’ombra. L’Italia sperimenta il dramma di un primo ministro che non conosce né la grammatica né la sintassi della lingua comune europea. E che dunque, più che essere isolato dagli altri, è emarginato e marginale e non riesce a portare a casa nessuno dei suoi pur confusi obiettivi politici. Gli ultimi giorni ci hanno purtroppo regalato una antologia dei danni provocati da questa incomunicabilità di linguaggio che rispecchia una povertà di idee e una inettitudine politica che forse neppure Berlusconi era riuscito a eguagliare.

Sull’emergenza migranti, che emergenza non dovrebbe essere visto che siamo solo il quinto Paese europeo per numero di richieste d’asilo, siamo riusciti a esasperare sia la Francia sia la Germania proprio alla vigilia di un possibile accordo sulla riforma degli accordi di Dublino. Non solo non riusciamo e non vogliamo trattenere i profughi che arrivano sulle nostre coste, come saremmo tenuti a fare, ma da giugno ci rifiutiamo anche di riprendere quelli che vengono identificati e fermati dalle autorità francesi o tedesche dopo aver illegalmente superato le nostre frontiere: un obbligo internazionale che siamo tenuti a rispettare dalle regole che abbiamo sottoscritto. Berlino ci vuole rispedire dodicimila irregolari: ne abbiamo accolti dieci. Risultato: la Germania ha sospeso la condivisione volontaria dei rifugiati e la Francia ha rafforzato i controlli alle nostre frontiere. Presentandosi con queste credenziali al vertice che dovrebbe varare il nuovo regolamento, possiamo essere certi che non otterremo nulla.

Lo stesso discorso vale per la riforma del Patto di stabilità, che tornerà in vigore a fine anno. Invece di appoggiare la proposta della Commissione, che ci darebbe margini di flessibilità nel percorso di riduzione del nostro debito astronomico, Giorgia Meloni continua a chiedere una impossibile proroga della sospensione o l’ancora più improbabile scorporo di voci di spesa dal calcolo del nostro disavanzo. Attacca pubblicamente il commissario italiano Gentiloni, che si è prodigato per proporre una soluzione a noi favorevole. E spera di ottenere qualcosa usando come ricatto la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità, che è l’unica scialuppa di salvataggio a disposizione per prevenire un default o per venire in aiuto del nostro sistema bancario. Risultato: c’è il rischio che il 31 gennaio il Patto di stabilità torni in vigore così com’è e ci costringa a una austerità insostenibile.

A proposito di banche, ieri è toccato alla Bce bacchettare le dita al governo italiano per la tassa sugli extraprofitti che, spiega Francoforte, rischia di danneggiare il nostro sistema del credito e di rendere ancora più vulnerabili i nostri istituti. Risultato: indeboliamo le nostre banche ma ci opponiamo alla rete di sicurezza che l’Europa vorrebbe offrire.

E poi c’è la questione del Pnrr: un bonus da 750 miliardi di euro che Meloni ha ricevuto in eredità dal precedente governo ma che rischia di perdere, in tutto o in parte, perché non riesce a spendere i soldi e a fare le riforme per migliorare la nostra competitività a cui sono condizionati i finanziamenti europei. Coerente con il vittimismo di cui è maestra, la premier dà la colpa a Draghi. Risultato: ieri la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha incaricato proprio Mario Draghi, «una delle grandi menti economiche europee», di presentare un rapporto su come migliorare la competitività della Ue. Forse non è uno schiaffo deliberato al governo italiano, ma dovrebbe bruciare lo stesso.

Infine c’è la questione politica. Oggi Meloni è in Ungheria, dal suo amico Viktor Orbán (a sua volta amico di Putin e nemico di von der Leyen) che lei spera di attirare nel partito europeo dei Conservatori di cui è presidente. Sono manovre di posizionamento in vista delle elezioni europee del giugno prossimo. Ancora l’altro ieri la premier pronosticava una vittoria continentale delle destre, sul modello di quanto è avvenuto in Italia. E ieri i suoi deputati a Strasburgo hanno criticato duramente il discorso sullo stato dell’Unione della presidente von der Leyen. Ma i sondaggi dicono che lo tsunami nazional-populista non ci sarà. E proprio ieri il capo dei Popolari europei, Manfred Weber, è stato costretto ad ammettere che l’alleanza con socialisti e liberali non solo è stata un successo ma resta l’unica strategia credibile in vista del voto. Risultato: Giorgia Meloni guiderà la campagna elettorale per ribaltare gli equilibri politici della Ue, ma poi verosimilmente sarà costretta a votare per la rielezione di von der Leyen, senza che il suo voto risulti determinante.

Alla luce di questi fatti, parlare di isolamento dell’Italia meloniana in Europa è certamente riduttivo. L’isolamento, infatti, è il risultato di una sconfitta politica. Viktor Orbán è isolato in Europa. Giorgia Meloni è semplicemente assente, condannata all’irrilevanza dalla sua incapacità di articolare una strategia, una proposta, un’idea dell’interesse nazionale che risulti intellegibile ai suoi interlocutori europei. Sotto la sua guida, l’Italia è diventata un paese-ombra nella Ue. Se incassa colpi e umiliazioni a ciclo continuo non è tanto per deliberata ostilità, ma perché nessuno riesce più a vedere dove sta e che cosa vuole.

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