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Il lavoro povero sottostimato

(ansa)

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Nel rapporto annulae dell’Inps alcune buone notizie e una fake news
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La prima buona notizia, contenuta nel rapporto annuale Inps, appena presentato  al Parlamento, che però sembra una fake news, è che il lavoro povero sia sparito, ovvero sia pari solo allo 0,2% dei lavoratori (20mila lavoratori oppure 870mila se consideriamo anche i rapporti precari). Per capire che si tratti di un dato errato basterebbe ricordare la Commissione indipendente del ministero del Lavoro nel 2021, con a capo l’economista dell’Ocse Andrea Garnero, stimava, proprio con i dati Inps, una fetta di lavoro povero pari al 31% se si considerano i redditi annuali (circa 5 milioni di lavoratori) e 22% se si considerano i redditi settimanali. Secondo questa Commissione il lavoro povero è determinato sia dal lavoro temporaneo, intermittente e precario, sia dal salario orario basso, soprattutto in settori come il turismo, la ristorazione, la logistica, i servizi alla persona, i domestici, gli agricoli, ecc. In questi settori i salari orari bassi non interessano solo 870mila lavorato…

La prima buona notizia, contenuta nel rapporto annuale Inps, appena presentato  al Parlamento, che però sembra una fake news, è che il lavoro povero sia sparito, ovvero sia pari solo allo 0,2% dei lavoratori (20mila lavoratori oppure 870mila se consideriamo anche i rapporti precari). Per capire che si tratti di un dato errato basterebbe ricordare la Commissione indipendente del ministero del Lavoro nel 2021, con a capo l’economista dell’Ocse Andrea Garnero, stimava, proprio con i dati Inps, una fetta di lavoro povero pari al 31% se si considerano i redditi annuali (circa 5 milioni di lavoratori) e 22% se si considerano i redditi settimanali. Secondo questa Commissione il lavoro povero è determinato sia dal lavoro temporaneo, intermittente e precario, sia dal salario orario basso, soprattutto in settori come il turismo, la ristorazione, la logistica, i servizi alla persona, i domestici, gli agricoli, ecc. In questi settori i salari orari bassi non interessano solo 870mila lavoratori (e men che meno 20mila persone, che sarebbe una offesa contro la povertà solo pensarlo), ma oltre 4,2 milioni di persone, se consideriamo basso un salario di 9 euro lordi l’ora, come riportato nella memoria Inps presentata alla Camera dei Deputati dalla commissaria Gelera nel luglio 2023. Certo se pensiamo che 9 euro lordi l’ora siano troppi, e che invece il salario povero sia solo quello sotto i 6 euro lordi (come indicato nel primo capitolo del rapporto), e non consideriamo il lavoro temporaneo ed il lavoro part time, i domestici e gli agricoli, allora la povertà è sparita, o meglio è pari allo 0,2%. Tanto i poveri per il governo possono andare dal contadino a comprare a basso costo beni di qualità.

A parte questo dato errato, il Rapporto annuale dell’Inps, che in genere viene presentato tra giugno e luglio, e che per via del Commissariamento dell’ente, che ha interrotto bruscamente le normali attività durante la metà dell’anno, è stato presentato a settembre, ha una serie di dati positivi, ma si riferiscono tutti al 2022. Innanzitutto si chiude il bilancio con un dato molto positivo, circa 7,1 miliardi di avanzo, e un miglioramento di quasi 11 miliardi rispetto al 2021.

Il secondo dato positivo, sempre ricordando che i dati si riferiscono al 2022, è quello del tempo indeterminato, in miglioramento, e il tempo determinato scende al 16%, da circa il 17%. Questo perché nel 2022 si riattiva il decreto dignità, dopo che era stato sospeso in pandemia tra il 2020 e il 2021. La brutta notizia è che il decreto dignità è stato radicalmente superato però dal dl Lavoro a maggio 2023, e quindi, quando saranno disponibili i dati del 2023, almeno nella seconda parte dell’anno, offriranno un quadro in crescita della precarietà.

Il terzo dato positivo, sempre riferito ai dati fino al 2022, riguarda Opzione Donna (Od). Dal 2010 al 2022 hanno beneficiato di Od circa 175 mila donne (15mila all’anno in media) con un assegno di quasi il 40% più basso della media delle anticipate, per via del ricalcolo contributivo e dei minori redditi e anni di contribuzione. La penalizzazione media derivante dal ricalcolo contributivo oggi è dell’8%. Si tratta di una anticipazione sostenibile perché le lavoratrici se la pagano attraverso una riduzione della pensione. Una forma di flessibilità molto apprezzata dalle donne, e completamente sostenibile da un punto di vista finanziario. Non si capisce perché allora dal 2023 lo si è reso un percorso ad ostacoli, aumentando l’età a 60 anni (consentendo una riduzione a 58 solo se si hanno 2 figli e a 59 con un figlio) e restringendo la platea solo a coloro che siano caregiver, invalidi al 74%, o licenziate da aziende in crisi.

Il quarto dato positivo è rappresentato dalla dinamicità del Rdc, che evidenzia che lo strumento è stato idoneo a combattere la povertà e per nulla statico (o “divanista”) nei suoi quasi 5 anni di vita. Come descritto dalla Commissaria Gelera, infatti, il Rdc è cresciuto in termini di beneficiari fino a 1,4 milioni di nuclei raggiunti (3,7 milioni di individui) nel momento di maggiore bisogno, ovvero in pandemia nel 2021 (da circa 1 milione di nuclei nel 2019), e poi è sceso nella seconda parte del 2022, fino a circa 1,1 milioni di nuclei (2,5 milioni di persone) a dicembre 2022. Uno strumento flessibile quindi che si espande quando occorre e si restringe quando le cose vanno meglio. Anche qui allora non si capisce perché il Rdc sia stato sostituito con uno strumento rigido di contrasto alla povertà, l’assegno di inclusione (Adi), che si rivolge soltanto a disabili, anziani e minori, che essendo categorie, sono rigide. Ovvero: a parità di reddito povero, un 50enne che rientrava nel Rdc, non entra più nell’Adi, mentre un 60enne, con lo stesso reddito (o anche più alto), entra nell’Adi. Se arriva una crisi e le persone si impoveriscono, come successe durante Covid, non si riesce a rientrare in Adi, finché non si ha l’età o la categoria “giusta”. Il che non solo è contradditorio, ma anche discriminante tra persone aventi lo stesso reddito, e inefficace verso la lotta alla povertà.

Per chiudere questo rapporto molto positivo del 2022, la ministra del Lavoro ha elogiato a più riprese l’efficienza dell’Inps e dei risultati conseguiti fino al 2022, e ha affermato che “l’Inps è più veloce a pagare che le aziende a fare le domande”. Mi chiedo se sia lo stesso ente che meritava di essere commissariato improvvisamente a metà 2023.

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