A conferma che il clima in Europa è mutato, e non a favore dell’Italia meloniana e salviniana, è arrivato ieri il rimbrotto dell’Eurogruppo a proposito del Mes, il meccanismo salva-Stati che l’Italia non ha ratificato. Le ragioni del rifiuto sono ormai più ideologiche che tecniche, visto che le nuove regole del meccanismo riducono fin quasi ad annullarlo il pericolo della “camicia di forza”, ossia che un Paese sia commissariato contro la sua volontà e sottoposto a un programma forzoso di risanamento economico.
È l’ultimo segnale di insofferenza verso Roma dai centri in cui si decide la politica dell’Unione. Ma perché oggi e non, poniamo, due o tre mesi fa? Nelle ultime settimane si era capito che l’aria a Bruxelles era cambiata. I sorrisi ufficiali sono par…
A conferma che il clima in Europa è mutato, e non a favore dell’Italia meloniana e salviniana, è arrivato ieri il rimbrotto dell’Eurogruppo a proposito del Mes, il meccanismo salva-Stati che l’Italia non ha ratificato. Le ragioni del rifiuto sono ormai più ideologiche che tecniche, visto che le nuove regole del meccanismo riducono fin quasi ad annullarlo il pericolo della “camicia di forza”, ossia che un Paese sia commissariato contro la sua volontà e sottoposto a un programma forzoso di risanamento economico.
È l’ultimo segnale di insofferenza verso Roma dai centri in cui si decide la politica dell’Unione. Ma perché oggi e non, poniamo, due o tre mesi fa? Nelle ultime settimane si era capito che l’aria a Bruxelles era cambiata. I sorrisi ufficiali sono parsi più tirati, e certe note stonate non sono sembrate solo una goliardata. Il riferimento è alla polemica aperta dal capo leghista contro il commissario Gentiloni. Forse non è stata un’idea brillante, peraltro condivisa dalla premier Meloni dopo un attimo di esitazione. Poi c’è stato l’invito a Marine Le Pen da parte di Salvini, mentre un segno di attenzione raggiungeva anche agli estremisti di destra di AfD in Germania. Difficile immaginare un insieme di mosse più sbagliate in un arco temporale così esiguo. Macron e Scholz tutto possono accettare, tranne essere aggirati sulla destra in modo tanto sfacciato da chi vuole aiutare i loro acerrimi nemici in patria. La nuova intransigenza franco-tedesca sui migranti è anche figlia degli errori italiani, oltre che delle paure elettorali. Ma non è tutto.
Come si è scritto nei giorni scorsi, il tedesco Weber sembra aver rinunciato al disegno di allargare a destra la maggioranza che dovrà scegliere la prossima Commissione. Tutto può ancora accadere, s’intende, visto che gli elettori continentali devono ancora pronunciarsi. Peraltro al momento si è tornati all’ipotesi classica: la prossima Commissione sarà fondata, male che vada, su di una “coalizione Ursula”, fatta di gruppi minori che vanno a integrare, se necessario, l’asse tra popolari, socialisti e “macroniani” francesi. Giorgia Meloni aveva creduto sul serio all’ipotesi di uno spostamento a destra del Parlamento di Bruxelles/Strasburgo; aveva immaginato a portata di mano un ruolo da protagonista nei nuovi assetti. Ma ora tutto è da rifare. E il primo gesto, figlio della delusione, è la mano tesa all’amico Orbán a Budapest.
Si dirà che l’incontro era in programma da tempo, ed è vero. Eppure non si sfugge alla sensazione che qualcosa sia cambiato nell’atteggiamento dell’Europa verso l’Italia e dell’Italia verso l’Europa. Il profilo della Meloni come conservatrice perfettamente a suo agio nel contesto istituzionale di Bruxelles si è appannato ed è tornata in auge la Meloni di lotta che abbraccia Orbán, l’ungherese allontanato dal partito popolare perché troppo illiberale nella gestione del potere; l’uomo che condivide le ragioni di Putin in Ucraina ed è amico della Cina. Certo, Orbán ha firmato con la premier italiana un documento in cui sembra ripensare certe posizioni, ma si tratta pur sempre di un pezzo di carta.
Per farla breve. La rinnovata diffidenza europea verso il governo di centrodestra ha avuto come primo effetto quello di risospingere la presidente del Consiglio verso il nazionalismo “orbaniano” che negli ultimi tempi pareva passato di moda. Al tempo stesso, davanti all’inconsistenza dell’opposizione Schlein-Conte, è riemerso il “partito dell’Europa”. È un partito senza voti elettorali, ma che è assai rischioso sottovalutare. I nomi sono quelli di Paolo Gentiloni, Mario Monti, per certi aspetti lo stesso Mario Draghi. Parlano poco, ma sono fautori dell’ortodossia europeista proiettata in avanti. La Meloni dovrà tenerne conto, lo stesso dovrà fare quella allegra brigata che pare diventato il Pd.