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Cosa raccontano le purghe di Xi

Il ministro della Difesa cinese Li Shangfu

 

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Molti sono gli interrogativi sulla capacità del presidente cinese di controllare il partito
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Una serie di epurazioni ai vertici diplomatici e militari, avvolte in un fitto mistero di stile maoista, ha creato molti interrogativi sulla capacità di Xi Jinping di controllare l’apparato di un partito da lui stesso selezionato dopo il XX congresso dell’ottobre dell’anno scorso.

“Sembra di leggere il romanzo di Agatha Christie And Then There Were None (E poi non ne è rimasto più nessuno, “Dieci piccoli indiani”, nel titolo italiano), ha twittato l’ambasciatore americano a Tokyo Rham Emanuel, l’ex sindaco democratico di Chicago che era stato consigliere speciale di Clinton e anche capo di gabinetto di Obama. In meno di due mesi sono saltati il ministro degli Esteri Qin Gang e quello della Difesa Li Shangfu. Di Qin Gang non si hanno più notizie da giugno: sparito nel nulla. Tra le tante ipotesi c’era stata anche quella di una sua relazione extra-coniugale con una giornalista televisiva, una condotta vietata, almeno pubblicamente, dalla morale puritana del pc cinese.

Li Shangfu, c…

Una serie di epurazioni ai vertici diplomatici e militari, avvolte in un fitto mistero di stile maoista, ha creato molti interrogativi sulla capacità di Xi Jinping di controllare l’apparato di un partito da lui stesso selezionato dopo il XX congresso dell’ottobre dell’anno scorso.

“Sembra di leggere il romanzo di Agatha Christie And Then There Were None (E poi non ne è rimasto più nessuno, “Dieci piccoli indiani”, nel titolo italiano), ha twittato l’ambasciatore americano a Tokyo Rham Emanuel, l’ex sindaco democratico di Chicago che era stato consigliere speciale di Clinton e anche capo di gabinetto di Obama. In meno di due mesi sono saltati il ministro degli Esteri Qin Gang e quello della Difesa Li Shangfu. Di Qin Gang non si hanno più notizie da giugno: sparito nel nulla. Tra le tante ipotesi c’era stata anche quella di una sua relazione extra-coniugale con una giornalista televisiva, una condotta vietata, almeno pubblicamente, dalla morale puritana del pc cinese.

Li Shangfu, che per ironia della sorte il mese scorso aveva affermato in un forum sulla sicurezza Cina-Africa che il mondo sta entrando in una fase di “instabilità” (senza sapere, evidentemente, che il più instabile era lui stesso), è uscito anch’egli dalla circolazione senza alcun annuncio, né motivazione. Il ministero degli Esteri, interpellato dai giornalisti, ha detto di “non essere a conoscenza della situazione”. Un alto funzionario vietnamita ha riferito all’agenzia “Reuters” che Li ha annullato un incontro “per ragioni di salute”. Spiegazione che era stata sussurrata da fonti cinesi anche per Qin Gang. “Chi cita ragioni di salute non sarà mai più in salute in futuro”, è stato un ironico commento, uno dei pochi sfuggito alla censura, postato su Weibo, l’equivalente cinese di Twitter.

Nel caso di Li Shangfu la ragione più plausibile del siluramento è la sua incapacità di arginare la corruzione, una piaga endemica negli alti ranghi militari cinesi. A luglio la Commissione militare centrale, di cui lo stesso Xi Jinping è presidente, aveva denunciato casi corruzione nell’acquisto di equipaggiamenti, che duravano da sei anni. E il mese successivo erano stati epurati due generali della forze missilistiche. Il ministro della Difesa non era stato personalmente chiamato in causa, ma cinque anni fa (quindi nel periodo investigato dalla Commissione centrale) Li era il direttore dell’agenzia cui faceva capo lo sviluppo e l’acquisto di armamenti. Un incarico che gli era costato l’inclusione nella lista dei sanzionati del governo americano perché era stato accusato di essere in contatto con alti funzionari russi. E, per ritorsione, la Cina aveva precluso a Li di avere rapporti con il suo omologo americano Lloyd Austin.

Anche se Xi Jinping ama essere percepito come il vero successore di Mao, queste purghe in stile maoista sono imbarazzanti per lui. Perché non può addossare la colpa di cattive scelte se non a sé stesso. Sia Qin Gang che Li Shangfu facevano parte della lista dei ministri annunciata soltanto sei mesi fa in occasione dell’inaugurazione del terzo mandato di Xi, praticamente un’investitura a vita. Con il XX congresso dell’anno scorso aveva fatto fuori tutti i suoi potenziali oppositori (memorabile la scena dell’ex presidente Hu Jintao, scortato fuori a forza dall’aula congressuale) e forgiato un partito di selezionati fedelissimi. Ma se questo apparato si rivela malsano, o non abbastanza fidato, la credibilità di Xi, la cui assenza al recente G20 aveva dato risalto internazionale al suo rivale indiano Modi, ne risulta minata. Sia sul piano interno che su quello esterno proprio mentre cerca di riavviare la crescita dell’economia e di porsi come l’unico vero antagonista degli Stati Uniti nella sfida globale. “Bisogna tenere gli occhi ben aperti” di fronte a questi segnali di instabilità che arrivano da Pechino, ha detto alla Reuters Drew Thompson, un esperto di Cina che dopo aver lavorato al Pentagono ora insegna all’università di Singapore: “Perché vogliono dire che la Cina, che sia partner o rivale, è una fonte di rischio economico, politico e militare”.

Qualche analista sostiene invece che con queste rimozioni di ministri da poco nominati Xi Jinping vuole mostrare i muscoli del suo potere e imporre un lealtà incondizionata alla sua “leadership”. Ma il rovescio della medaglia di questa linea è che potrebbe dare la stura alla tentazione della delazione tra i cortigiani per salire nella scala dei favoriti dell’ “imperatore”. E allora l’apparato di partito costruito da Xi con il XX congresso potrebbe essere minato dalle crepe della competizione interna. Come ha twittato ancora l’ambasciatore americano a Tokyo, citando Shakespeare, “c’è del marcio in Danimarca”. Chissà se l’Amleto di Pechino sarà capace di fare pulizia?

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