La vicenda di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, è esemplare perché rende evidente almeno due cose. La prima è l’idea di cultura di certa destra o, forse, di quasi tutta la destra, o, forse, addirittura di tutta la destra: l’occupazione del territorio. Il precedente letterario — dunque vero — sta in un formidabile romanzo russo intitolato Le anime morte, pubblicato nel 1842 da Nikolaj Gogol.
Ne Le anime morte, il buon Cicikov, un funzionario non di prim’ordine, si aggira comprando nomi di contadini la cui morte ancora non è stata registrata, anime morte appunto, e li accumula. Nel XIX secolo lo Stato concedeva prestiti ai proprietari terrieri sulla base dei servi della gleba che possedevano, e su questo Cicikov conta per arricchirsi.
Allo stesso modo, certi oscuri e meno oscuri politici reclamano, e talvolta ottengono, poltrone sulle quali far sedere «figure potenzialmente più qualificate» per quel posto, ritenendo, in maniera vieppiù velleitaria, che siano le polt…
La vicenda di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, è esemplare perché rende evidente almeno due cose. La prima è l’idea di cultura di certa destra o, forse, di quasi tutta la destra, o, forse, addirittura di tutta la destra: l’occupazione del territorio. Il precedente letterario — dunque vero — sta in un formidabile romanzo russo intitolato Le anime morte, pubblicato nel 1842 da Nikolaj Gogol.
Ne Le anime morte, il buon Cicikov, un funzionario non di prim’ordine, si aggira comprando nomi di contadini la cui morte ancora non è stata registrata, anime morte appunto, e li accumula. Nel XIX secolo lo Stato concedeva prestiti ai proprietari terrieri sulla base dei servi della gleba che possedevano, e su questo Cicikov conta per arricchirsi.
Allo stesso modo, certi oscuri e meno oscuri politici reclamano, e talvolta ottengono, poltrone sulle quali far sedere «figure potenzialmente più qualificate» per quel posto, ritenendo, in maniera vieppiù velleitaria, che siano le poltrone a fare le persone e non invece il contrario e che è ciò che ha mostrato Christian Greco col lavoro suo e della sua squadra al Museo Egizio, e cioè che sono le persone a fare le poltrone.
Le accuse mosse a Greco da Andrea Crippa, vicesegretario della Lega, hanno inoltre natura che contraddice un sostantivo assai declamato e voluto al fianco della parola “istruzione” nel ministero deputato, e cioè “merito”.
Cosa riguarda il merito nella dichiarazione «un direttore di sinistra che ha gestito il Museo in modo ideologico e razzista contro gli italiani e i cittadini di religione cristiana»?
Non mi pare che ci sia niente che riguardi il merito del lavoro di Christian Greco ma molto, eventualmente, della persona di Christian Greco, anzi più precisamente e insidiosamente, di ciò che Andrea Crippa, politico, pensa della persona di Christian Greco, egittologo e direttore di un museo.
E da qui, arriviamo alla seconda cosa evidente rivelata dalla vicenda Greco, o così mi pare. E cioè le voci, né smentite né confermate ma sussurrate con insistenza, di Fratelli d’Italia e centro destra che vorrebbero Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, candidato sindaco di Firenze.
La nomina di Greco — come ha ricordato Vittorio Sgarbi in risposta a Crippa — al contrario della nomina di Schmidt, non dipende direttamente dal ministro Sangiuliano, dunque il merito delle nomine, per utilizzare un termine caro alla compagine di governo, non è sempre direttamente della politica, tuttavia mentre da una parte si chiede la rimozione, dall’altra si cerca una candidatura perché l’idea della cultura di questo governo somiglia alla propaganda.
Evidentemente per il centro destra le idee politiche di Schmidt — nominato, ricordiamo, da Dario Franceschini — assonano alle loro, e dunque Schmidt va bene. Ma anche questa non è una valutazione nel merito del lavoro di Schmidt e della carica che ricopre.
Non la cultura come sistema di integrazione e immaginazione, ma come megafono di chi sta al potere, e per restarci, separa.
Quella di Christian Greco è certamente diversa. Ed è anche la mia, per esempio.
Quando nel 2018 ha invitato, e facilitato l’accesso al Museo Egizio, le coppie torinesi di lingua araba (tra cui ci sono anche coppie copte, dunque cristiane) lo ha fatto perché il Mediterraneo, nonostante ciò che è oggi — una invalicabile fossa di sangue per le persone che cercano di scappare da condizioni di vita non più sostenibili — è stato il mare sul quale si sono affacciate e incrociate civiltà e lingue, per secoli e secoli, e che è stato il diorama dell’integrazione e potrebbe tornare a esserlo, perché le idee camminano sulle gambe degli esseri umani e nelle macchine che gli esseri umani costruiscono.
Penso a Smirne, penso ad Alessandria d’Egitto. Penso a tutti i porti sul Mediterraneo.
Così non chiediamoci oggi cosa Christian Greco può fare per la cultura italiana, è già evidente cosa può fare e continuare a fare, ma chiediamoci cosa la cultura italiana può fare dopo ciò che la vicenda di Greco ha rivelato.
Vogliamo la propaganda e le figurine, o vogliamo l’immaginazione di un mondo meno violento per tutti?