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Nadef, la scommessa di Giorgetti

Il ministro dell'Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti

 (ansa)
La speranza del ministro dell’Economia è che, al fine del rispetto delle regole europee, alcune voci di spesa siano escluse dal calcolo del deficit perché prioritarie. Vedremo cosa riuscirà ad ottenere
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Entro giovedì 28 settembre il governo dovrebbe pubblicare la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), il testo che riesamina le prospettive economiche del nostro Paese rispetto alle previsioni fatte nell’aprile scorso.

Cosa fondamentale, la Nadef contiene anche gli obiettivi di deficit pubblico che vincoleranno la legge di bilancio per il 2024, definendo quello che potrà essere fatto in deficit e quello che invece richiederà di trovare difficili misure di compensazione (le “coperture”). Cosa ci possiamo aspettare?

Certamente il governo ridurrà le stime di crescita del Pil reale, cioè al netto dell’inflazione. In aprile il governo aveva previsto una crescita dell’1% nel 2023 e dell’1,5% nel 2024. Dopo il dato deludente del secondo trimestre (il Pil è sceso dello 0,4%) e segnali non troppo favorevoli per il trimestre che si sta chiudendo, è difficile che si possa fare più dello 0,7%.

Il rallentamento economico crea un problema serio per il governo. Se avess…

Entro giovedì 28 settembre il governo dovrebbe pubblicare la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), il testo che riesamina le prospettive economiche del nostro Paese rispetto alle previsioni fatte nell’aprile scorso.

Cosa fondamentale, la Nadef contiene anche gli obiettivi di deficit pubblico che vincoleranno la legge di bilancio per il 2024, definendo quello che potrà essere fatto in deficit e quello che invece richiederà di trovare difficili misure di compensazione (le “coperture”). Cosa ci possiamo aspettare?

Certamente il governo ridurrà le stime di crescita del Pil reale, cioè al netto dell’inflazione. In aprile il governo aveva previsto una crescita dell’1% nel 2023 e dell’1,5% nel 2024. Dopo il dato deludente del secondo trimestre (il Pil è sceso dello 0,4%) e segnali non troppo favorevoli per il trimestre che si sta chiudendo, è difficile che si possa fare più dello 0,7%.

Il rallentamento economico crea un problema serio per il governo. Se avessimo un debito pubblico basso e, soprattutto, se avessimo iniziato una riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil non attraverso l’inflazione (l’unica forza che nel 2023 dovrebbe portare a un calo di tale rapporto), ma attraverso l’adeguato innalzamento dell’avanzo primario, la cosa appropriata da fare sarebbe rivedere verso l’alto l’obiettivo di deficit pubblico fissato ad aprile (3,7% del Pil), per lo meno in misura pari alla perdita di gettito dovuta alla minore crescita.

Non so cosa farà il governo, ma, secondo me, sarebbe opportuno confermare l’obiettivo di deficit del 3,7%. Questo per un insieme di motivi.

Primo, il 3,7% era, come ho detto, basato su un’aspettativa di crescita (e quindi di entrate dello Stato) troppo ottimistica. Poco credibile fissare un obiettivo basato su un quadro di crescita favorevole e poi dire che il deficit deve essere più alto perché le aspettative ottimistiche non si sono realizzate.

Secondo, anche il 3,7% non era particolarmente rigoroso. Al netto della spesa per interessi, l’avanzo primario (ossia le munizioni disponibili per abbattere il debito), era piuttosto basso (0,3% del Pil). Il bilancio primario era, giustamente, diventato pesantemente negativo durante il periodo Covid a causa del crollo del Pil e delle necessarie misure di sostegno.

Ma ormai la crisi Covid è stata superata: il Pil è superiore a quello del 2019. Ma allo 0,3%, l’avanzo primario resterebbe ben al di sotto di quell’1,8% registrato nel 2019. Come tenere aperto l’ombrello quando non piove più.

Qualcuno dirà: ma il 3,7% era stato fissato dal governo Draghi! Attenzione: è un’illusione ottica. Eurostat e Istat hanno cambiato il modo di contabilizzare i crediti d’imposta del superbonus, spostando nel calcolo del deficit circa 16 miliardi dal 2024 agli anni precedenti il 2023.

Con un nuovo metodo di contabilizzazione, il deficit fissato dal governo Draghi sarebbe del 2,9%. Il governo avrebbe dovuto fissare in aprile questo come obiettivo di deficit per essere coerente con le intenzioni dell’esecutivo Draghi, invece ha, implicitamente, aumentato il deficit di uno 0,8% del Pil.

Quarto, il deficit del 3,7% del Pil è ben più alto del fatidico 3% delle regole europee. Queste, spero, saranno riviste riducendo la rigidità dei parametri, ma l’unico che dovrebbe rimanere è proprio il tetto del deficit del 3%.

La speranza di Giorgetti è che, al fine del rispetto delle regole europee, alcune voci di spesa siano escluse dal calcolo del deficit perché prioritarie. Vedremo cosa riuscirà ad ottenere.

Quinto, la situazione macroeconomica e finanziaria non è tale da giustificare rischi sui conti pubblici. Da un lato, non siamo in crisi. Un rallentamento non è una pesante recessione. Dall’altro, il fatidico spread è al momento il più alto di tutta l’area dell’euro, quasi mezzo punto al di sopra di quello della Grecia. I mercati ci vedono ancora con sospetto.

In conclusione, fa bene Giorgetti a essere preoccupato e a cercare di tenere duro di fronte alle pressioni che arrivano da ogni parte. Vedremo presto quanto riuscirà a tenere dritto il timone della nave dei conti pubblici.

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