Draghi ha sottolineato in più occasioni come l’attuale assetto di governance europeo, a partire dal quadro fiscale e dalle regole decisionali, non sia adatto ad affrontare gli shock globali, come la pandemia e la crisi ucraina, che coinvolgono tutti gli Stati membri e dove nessuno Stato dell’Unione potrebbe dare da solo una risposta duratura e efficace.
Shock sovranazionali che, considerando il combinato disposto delle tensioni geopolitiche, dei mutamenti demografici, dei fenomeni migratori e del cambiamento climatico, aumenteranno di frequenza.
Serve una risposta unica europea forte su obiettivi condivisi anche per ridurre le dipendenze eccessive da nazioni extra-europee in settori strategici che possono mettere in pericolo i cittadini e le imprese europee, si pensi al caso della Russia per l’approvvigionamento energetico.
Un’altra area dove l’Europa mostra una dipendenza eccessiva è il digitale. Alcune tecnologie come il cloud computing, i microchip, i sistemi di telecomunicazioni e…
Draghi ha sottolineato in più occasioni come l’attuale assetto di governance europeo, a partire dal quadro fiscale e dalle regole decisionali, non sia adatto ad affrontare gli shock globali, come la pandemia e la crisi ucraina, che coinvolgono tutti gli Stati membri e dove nessuno Stato dell’Unione potrebbe dare da solo una risposta duratura e efficace.
Shock sovranazionali che, considerando il combinato disposto delle tensioni geopolitiche, dei mutamenti demografici, dei fenomeni migratori e del cambiamento climatico, aumenteranno di frequenza.
Serve una risposta unica europea forte su obiettivi condivisi anche per ridurre le dipendenze eccessive da nazioni extra-europee in settori strategici che possono mettere in pericolo i cittadini e le imprese europee, si pensi al caso della Russia per l’approvvigionamento energetico.
Un’altra area dove l’Europa mostra una dipendenza eccessiva è il digitale. Alcune tecnologie come il cloud computing, i microchip, i sistemi di telecomunicazioni e l’intelligenza artificiale sono materia di sicurezza, oltre che di prosperità economica, perché parte di ogni attività delle nostre vite. Questi settori sono dominati da giganti tecnologici ed ecosistemi americani, cinesi, taiwanesi, coreani, indiani e giapponesi.
Nonostante quasi quattro decenni di integrazione — i primi progetti europei di ricerca e sviluppo nel digitale risalgono al 1985 — non siamo riusciti a creare un’industria o ecosistemi europei forti. Gli Stati membri hanno continuato a operare come entità separate in competizione tra loro in una dimensione al massimo europea.
Il risultato è che i campioni nazionali si sono ridimensionati uno dopo l’altro al cospetto delle Big Tech globali a partire dal settore delle telecomunicazioni. Questo ha irrobustito nel tempo la dipendenza, poiché le imprese europee per essere competitive devono approvvigionarsi di queste tecnologie.
Attualmente, l’Unione Europea non è in grado di capitalizzare sul proprio potenziale di ricerca, trasformandolo in industrie globali competitive.
Questo problema può essere attribuito a diverse ragioni di fondo: l’incapacità di mobilitare capitali di rischio significativi per nutrire la crescita delle aziende, una tendenza accademica a privilegiare l’approccio teorico alla ricerca a discapito dell’innovazione pratica, e la presenza di aree, come l’Italia, dove innovare risulta strutturalmente complesso.
Il problema principale però risiede nella mancanza di una politica industriale europea unificata in questi settori strategici. L’attuale politica industriale europea è di fatto l’unione di ventisei piani industriali nazionali con conseguenti sovrapposizioni che non permettono di raggiungere la dimensione e la durata degli investimenti necessari a supportare processi lunghi e costosi come ad esempio le ristrutturazioni delle catene di approvvigionamento a favore dell’Europa.
Nel digitale si pensa e si agisce su scala planetaria, quindi per competere con le Big Tech extraeuropee non possiamo che unire le forze e gettare le basi per la costruzione di ecosistemi industriali da cui possano nascere “campioni europei” di scala globale.
Senza Big Tech europee nel cloud, nell’intelligenza artificiale e, tra qualche anno, nei computer quantistici, saremo vulnerabili ad attacchi cibernetici complessi, a sofisticate campagne di disinformazione impercettibili da un umano o a attacchi militari guidati da intelligenze artificiali o, più semplicemente, a un attore statuale che, a causa di un evento politico o di uno shock globale, smette di fornire tecnologia e servizi informatici critici alle aziende europee. Rischi che non possiamo accettare.
La crescita di un sistema industriale digitale con la proprietà saldamente in Europa è un problema strategico comune. Ma per affrontarlo c’è bisogno di un cambiamento di governance che devolva maggiori poteri alle politiche industriali unionali nei settori strategici a scapito di quelle nazionali.
Piani europei con visione e un forte coordinamento centrale, senza sovrapposizioni, e con scale di finanziamenti dello stesso ordine di grandezza di quelli americani e cinesi con strumenti in grado di attrarre ingenti capitali privati.
Va dato atto alla Commissione che il lavoro fatto sul tema della reindustrializzazione per aumentare la resilienza dell’approvvigionamento di microchip ha portato ad investimenti ragguardevoli di giganti extraeuropei in Europa.
Risultati importanti che ci permettono di mantenere il know-how e ridurre la nostra dipendenza in quel settore. Tuttavia non è sufficiente dal punto di vista della nostra sicurezza.
È il momento di cambiare velocità e creare le condizioni per costruire Big Tech europee al fine di essere più autonomi e diventare interdipendenti con le altre potenze del digitale. Per questo, la risposta industriale unica forte europea nei settori strategici diventa inderogabile, perché, come ricorda Draghi, «il futuro è nella nostra unità».