Nei nostri rapporti con Berlino e Parigi, soprattutto in ambito Ue, l’attualità e gli impulsi del momento prevalgono spesso sull’ampiezza dell’analisi, con il risultato di confinarci dentro il perimetro narrativo “alleato o avversario”.
La vicenda degli immigrati negli ultimi giorni è solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Berlino al centro della nostra polemica e Parigi in posizione apparentemente più conciliante è l’istantanea di ieri (martedì 26 settembre).
Le dinamiche a Bruxelles, invece, dovrebbero piuttosto indurci a riflettere sul fatto che in determinati dossier ora l’uno ora l’altro Paese ci sono più congeniali. A volte lo sono entrambi, a volte nessuno dei due.
Uno sguardo ad esempio alla politica estera, la materia meno integrata a livello Ue e maggiormente espressione di posizioni consolidate su base nazionale. Ma con risvolti inevitabili sulle relazioni esterne dell’Unione. Ciò non ha impedito il convinto sostegno di tutti all’Ucraina.
Se allarghiamo però lo sguardo…
Nei nostri rapporti con Berlino e Parigi, soprattutto in ambito Ue, l’attualità e gli impulsi del momento prevalgono spesso sull’ampiezza dell’analisi, con il risultato di confinarci dentro il perimetro narrativo “alleato o avversario”.
La vicenda degli immigrati negli ultimi giorni è solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Berlino al centro della nostra polemica e Parigi in posizione apparentemente più conciliante è l’istantanea di ieri (martedì 26 settembre).
Le dinamiche a Bruxelles, invece, dovrebbero piuttosto indurci a riflettere sul fatto che in determinati dossier ora l’uno ora l’altro Paese ci sono più congeniali. A volte lo sono entrambi, a volte nessuno dei due.
Uno sguardo ad esempio alla politica estera, la materia meno integrata a livello Ue e maggiormente espressione di posizioni consolidate su base nazionale. Ma con risvolti inevitabili sulle relazioni esterne dell’Unione. Ciò non ha impedito il convinto sostegno di tutti all’Ucraina.
Se allarghiamo però lo sguardo registriamo come Berlino, ad esclusione della sua aspirazione — per noi inaccettabile — ad un seggio permanente in Consiglio di Sicurezza, ci sia sostanzialmente affine sui vari scenari internazionali. Parigi, al contrario, ha assunto spesso posizioni difformi dalle nostre (allargamento Ue ai Balcani occidentali, rapporti con la Turchia) se non addirittura di ostacolo come nel Mediterraneo: a partire dal più che evitabile intervento armato in Libia nel marzo del 2011.
Circa le questioni finanziarie, e in particolare il negoziato sulla modifica del Patto di stabilità, è noto invece come Parigi condivida con noi l’esigenza di non porre l’austerità bensì la crescita in cima alle priorità onde evitare percorsi di rientro dal debito tali da compromettere la ripresa della produzione e della domanda. È questa una convergenza importante, data la delicatezza della materia.
Nelle politiche ambientali, pur non potendo contare su “sponde” consolidate nei due Paesi, va emergendo con Parigi una qualche convergenza verso un maggiore pragmatismo sulle modalità — fermo restando l’obiettivo — della decarbonizzazione.
Un caso concreto riguarda la convergenza con noi su Euro7 per le autovetture. La stessa Commissione Europea, del resto, con il passaggio dal vicepresidente Timmermans al commissario Sevkovic si è impegnata ad un approccio “non ideologico”. Berlino, al momento, è in perenne riaggiustamento tra le spinte dei Verdi dentro la coalizione di governo e gli effetti indotti dalla diversificazione energetica imposta dal conflitto in Ucraina. Di lì la resistenza tedesca sulla nostra proposta, poi faticosamente accettata, di un “tetto al prezzo del gas”.
Nella politica commerciale Germania e Italia condividono, nell’ottica della sua intensificazione, la forte impronta manifatturiera e la consolidata vocazione all’export. Esse sostengono, con qualche distinguo di Berlino, la linea dell’autonomia strategica “aperta” da Ursula von der Leyen.
Parigi risulta più assertiva sul mercato interno (difesa, spazio, semiconduttori). Nel commercio il dirigismo francese impone freni a geometria variabile propugnando al contempo gli strumenti di difesa commerciale (anti-dumping, anti-sussidio e anti-coercizione).
Di una certa delicatezza poi il nostro posizionamento nell’industria della difesa, dove occorre tra l’altro assicurarsi su una struttura dei programmi che non sia troppo ritagliata sulle esigenze di Parigi e tenga conto delle produzioni di settore sul territorio europeo, a loro volta compatibili con programmi di ricerca e sviluppo anche fuori dall’Unione Europea. E noi ne abbiamo.
Questi pochi esempi delle inevitabili geometrie variabili all’interno dei continui negoziati in Europa ci dicono come ogni storia di successo rimanga quella in cui, collegandoci di volta in volta con uno dei due principali attori continentali, siamo riusciti a spingere il “terzo” verso un compromesso più alto e nel singolo caso a noi più favorevole.
L’esempio più recente è appunto il Next GenerationEu dove la nostra spinta iniziale — capace di attrarre Parigi sulle nostre posizioni — indusse infine la Germania, all’epoca ancora guidata da Angela Merkel, a convincersi che il debito comune sarebbe servito a scongiurare la frammentazione del mercato interno, quest’ultimo autentico “totem” per Berlino.
Fu dunque l’azione politico-diplomatica e non il braccio di ferro a sbloccare il tutto. Metodo, questo, che sarà bene ricordare a proposito di altre questioni.