Già era difficile parlare dello spot dei supermercati Esselunga senza rischiare di intrupparsi in questa o quella scuola di pensiero che da 48 ore si scannano sul senso della pubblicità. Dopo il tweet di Giorgia Meloni che ne ha tessuto le lodi (“L’ho trovato bello e toccante”) è diventato quasi impossibile: la presidente del Consiglio ha messo il cappello sulla storia — una bambina compra una pesca al super, scopriremo alla fine che l’ha fatto per darla al padre separato spacciandola per un regalo della mamma e sperando così in una riconciliazione — e la cosa ha rafforzato i sospetti dei detrattori (“Vergogna, uno spot antidivorzista e reazionario!”) e incoraggiato la mozione balilla (“Non piace solo a chi odia la famiglia tradizionale!”). Peccato che nella furia dello scontro non sia stato preso abbastanza in considerazione l’unico argomento che avrebbe potuto mettere d’accordo tutti e cioè la conferma che Meloni userebbe qualunque arma di distrazione — uno spot, una serie tv, una b…
Già era difficile parlare dello spot dei supermercati Esselunga senza rischiare di intrupparsi in questa o quella scuola di pensiero che da 48 ore si scannano sul senso della pubblicità. Dopo il tweet di Giorgia Meloni che ne ha tessuto le lodi (“L’ho trovato bello e toccante”) è diventato quasi impossibile: la presidente del Consiglio ha messo il cappello sulla storia — una bambina compra una pesca al super, scopriremo alla fine che l’ha fatto per darla al padre separato spacciandola per un regalo della mamma e sperando così in una riconciliazione — e la cosa ha rafforzato i sospetti dei detrattori (“Vergogna, uno spot antidivorzista e reazionario!”) e incoraggiato la mozione balilla (“Non piace solo a chi odia la famiglia tradizionale!”). Peccato che nella furia dello scontro non sia stato preso abbastanza in considerazione l’unico argomento che avrebbe potuto mettere d’accordo tutti e cioè la conferma che Meloni userebbe qualunque arma di distrazione — uno spot, una serie tv, una battuta sul meteo — purché si parli d’altro e non degli stenti del governo.
Non c’è però da dubitare sulla sincerità del giudizio di Meloni, espresso con questo participio già caro alle nonne quando ritenevano di rendere più forbita la conversazione: toccante. Se fosse stato per il partito cui Meloni si iscrisse quindicenne, la cui eredità oggi dirige, il divorzio in Italia non ci sarebbe proprio, perché al referendum del 1974 il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante si batté con tutte le forze affinché la legge Fortuna fosse abrogata e gli uomini italiani smettessero di approfittarne “per scappare con la cameriera” (questa minaccia però non era di Almirante, bensì del leader democristiano Amintore Fanfani). Contraddizioni in seno alla destra: il divorziato Almirante un po’ come la non sposata Meloni oggi, che si dice in missione per conto di Dio sulla famiglia, evidentemente quella degli altri.
Bisogna però essere onesti e riconoscere che, anche senza l’intervento di Meloni, sarebbe stato difficile districarsi nel dibattito talvolta assurdo che lo spot ha suscitato. Intanto per la solita paurosa ondata di egotismo, base culturale di ogni scazzottata dell’era social, fondata sulla pretesa che il caso Esselunga possa essere risolto grazie alla sentenza della propria biografia (“Io ho divorziato e i miei figli stanno una Pasqua” si scontra con “Famiglia allargata? Adesso litigo con due anziché con uno”). Il resto lo fanno i reciproci incagli ideologici.
Uno spot che tratta con delicatezza una condizione comune a un minore su due ha aperto una santabarbara di accuse e recriminazioni: colpevolizza le donne; getta lo stigma sui divorziati; commercializza il dolore dei bimbi (questa è di Pier Luigi Bersani). Non si vede quale danno faccia alla causa delle famiglie allargate o arcobaleno accettare l’evidenza che i bambini piccoli soffrono la separazione dei genitori. Intervistati da Antonio Gnoli su Robinson, alla domanda “qual è stato il trauma peggiore della sua infanzia?”, un buon numero di intellettuali e artisti ha risposto: il divorzio di mamma e papà. Eugenio Scalfari scrisse: “Feci di tutto per evitare il divorzio dei miei, che avrei vissuto come una catastrofe”. Tutti oscurantisti? D’altra parte, sarebbe utile se il fronte avverso evitasse di esercitare il proprio istinto primitivo (“Io cavernicolo? Non la considero un’offesa”, ha detto il generale Vannacci in uno dei passaggi cult del suo tour televisivo). Invece, una parte di nostri concittadini pare proprio convinta che i comunisti abbiano smesso di mangiare i bambini solo per il sadismo di sottoporli al supplizio della famiglia queer.
Nell’Italia paesana di Giovannino Guareschi, in quella feroce degli anni Settanta, persino nel ventennio berlusconiano esisteva una grammatica comune nazionale. Gli scontri erano belluini ma ancora capaci di seguire uno schema logico o di causa-effetto. Ormai è saltato tutto. Dobbiamo tenerci un Paese che, mentre affonda in economia e arretra sui diritti, cerca contrapposizioni sempre e comunque, anche nel reparto frutta e al banco salumi (“Il prosciutto cotto è fascista, la mortadella comunista ”, recitava Francesco Nuti), destra esselunghista contro sinistra bio, anche se in questa vicenda l’unica coppia di poli che avrebbe senso contrapporre sarebbe al limite Nord contro Sud, dato che metà Italia, diciamo da Frosinone in giù, di Esselunga ha appreso solo ora l’esistenza, grazie allo spot della discordia e a una premier così in difficoltà da saltarci subito sopra.