Sembra che nell’ultimo mese il credito alle imprese (in sostanza, i prestiti erogati per consentire l’attività economica) sia crollato un po’ in tutta Europa. Ma in Italia la curva è scesa del 6,4 per cento, equivalenti a circa 15 miliardi di euro. Un segnale negativo, uno dei tanti. E poi c’è il ritorno sulla scena dello “spread” che ieri ha toccato i 200 punti. Era previsto, dicono gli ottimisti, date le sfavorevoli circostanze internazionali, a cominciare dalla politica seguita dalla Bce, leggi Lagarde. Ed è certo vero, ma la fragilità italiana, ossia l’enormità del debito gravante sui tassi sempre più alti, rende ancora una volta il nostro paese una specie di “malato d’Europa”. Un malato cronicizzato. Peraltro nessuno può negare che il termine “spread” evochi ogni tipo di turbolenza politica riferita al passato. Il 2011 non vide alcun “complotto”, come si è ripetuto più volte. Ma è un dato storico che il livello dello “spread” aveva allora creato una spaccatura tra Roma e il resto…
Sembra che nell’ultimo mese il credito alle imprese (in sostanza, i prestiti erogati per consentire l’attività economica) sia crollato un po’ in tutta Europa. Ma in Italia la curva è scesa del 6,4 per cento, equivalenti a circa 15 miliardi di euro. Un segnale negativo, uno dei tanti. E poi c’è il ritorno sulla scena dello “spread” che ieri ha toccato i 200 punti. Era previsto, dicono gli ottimisti, date le sfavorevoli circostanze internazionali, a cominciare dalla politica seguita dalla Bce, leggi Lagarde. Ed è certo vero, ma la fragilità italiana, ossia l’enormità del debito gravante sui tassi sempre più alti, rende ancora una volta il nostro paese una specie di “malato d’Europa”. Un malato cronicizzato. Peraltro nessuno può negare che il termine “spread” evochi ogni tipo di turbolenza politica riferita al passato. Il 2011 non vide alcun “complotto”, come si è ripetuto più volte. Ma è un dato storico che il livello dello “spread” aveva allora creato una spaccatura tra Roma e il resto d’Europa, in concreto Francia e Germania, fino a innescare un cambio di governo sulle rive del Tevere: da Berlusconi a Mario Monti. È una storia ben conosciuta, rievocata proprio in questi giorni in occasione della scomparsa di Giorgio Napolitano, il principale protagonista di quegli eventi drammatici.
La domanda è soprattutto una: la storia si può ripetere? I 200 punti di oggi possono diventare i 574 che dodici anni fa diedero fuoco alle polveri? Senza dubbio c’è chi lo teme e chi invece se lo augura. Un crollo del governo Meloni non tanto sotto il peso del fallimento programmatico, quanto per una crisi che investe i mercati finanziari al massimo livello, cambierebbe la cornice politica e i termini stessi del confronto pubblico. In realtà siamo molto lontani da un simile esito. Lo scenario del 2011 era diverso e per rendersene conto basta controllare i giornali di quel periodo, dall’estate all’autunno di quell’anno cruciale. Si capisce che era un’altra storia. Ciò non toglie che in questi giorni l’atmosfera sia tutt’altro che serena. Il rapporto con le istituzioni europee è sempre più faticoso e il tema dell’immigrazione s’incrocia con la crisi degli “spread” che drena risorse senza fine. Ma il governo non può rinunciare del tutto a spendere: non può mettere nel cassetto un minimo di ristoro per le categorie più deboli, non può dimenticare completamente i suoi progetti. Ed ecco un corto circuito dagli sbocchi complessi di qui alla fine dell’anno.
Va detto che tra questi sbocchi non è alle viste un “governo tecnico”, ossia una soluzione estrema che vedrebbe al centro il Quirinale. Evocarlo è fin troppo facile, se si cercano i precedenti. Ma come si è detto, il 2023 non è il 2011. Non ancora, almeno. Giorgia Meloni è entrata nella fase in cui i nostri governi galleggiano sulle emergenze (di solito per mancanza di idee e di fondi economici) e vedremo come se la caverà. Tuttavia una pressione europea per cambiare gli equilibri a Roma sembra irrealistica a pochi mesi dalle elezioni. A meno che il centrodestra non scelga esso stesso la strada della destabilizzazione. Le attività della Lega a sostegno dell’estrema destra in Francia e in Germania possono restare un fatto folkloristico oppure trasformarsi in un pericolo per l’Unione. In tal caso il quadro cambierebbe.
Resta da vedere un dato. È vero che il governo Meloni si è indebolito, come testimonia la difficoltà di tenere sotto controllo i conti pubblici. Ma i sondaggi continuano a riservare a lei, alla premier, un trattamento positivo. Il 28,5 della media YouTrend è un risultato più che significativo. È un atto di fiducia alla persona che riguarda solo in parte la coalizione da lei guidata. E che si fonda ancora una volta sull’inesistenza di un’alternativa.