Matteo Salvini occupa e controlla uno spazio enorme nel Paese Italia. È il personaggio che manovra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, fino al punto di dettarne l’umore e dirigerne la rabbia. È il vice presidente leghista, ostile alla presidente (e in competizione con lei in vista delle prossime elezioni europee), a decidere quando si parla e quando no. È Salvini a proteggere ed esaltare un alto generale pornografo perché subito lo riconosce come perfetto compagno dei suoi sentimenti. Ed è Salvini a dare al governo la linea sull’immigrazione.
Il vice presidente del Consiglio si è dato una missione più grande, a cui è rimasto sempre fedele, allargando di anno in anno la sua dedizione. La missione, che sarà giustamente celebrata nel suo lontanissimo ultimo giorno di vita politica, è l’eliminazione di coloro che si mettono in mare per fuggire da terre di fame, guerre di sterminio, dittatori pazzi e mercenari dediti al saccheggio dei villaggi e al furto delle donne (specialmente …
Matteo Salvini occupa e controlla uno spazio enorme nel Paese Italia. È il personaggio che manovra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, fino al punto di dettarne l’umore e dirigerne la rabbia. È il vice presidente leghista, ostile alla presidente (e in competizione con lei in vista delle prossime elezioni europee), a decidere quando si parla e quando no. È Salvini a proteggere ed esaltare un alto generale pornografo perché subito lo riconosce come perfetto compagno dei suoi sentimenti. Ed è Salvini a dare al governo la linea sull’immigrazione.
Il vice presidente del Consiglio si è dato una missione più grande, a cui è rimasto sempre fedele, allargando di anno in anno la sua dedizione. La missione, che sarà giustamente celebrata nel suo lontanissimo ultimo giorno di vita politica, è l’eliminazione di coloro che si mettono in mare per fuggire da terre di fame, guerre di sterminio, dittatori pazzi e mercenari dediti al saccheggio dei villaggi e al furto delle donne (specialmente giovani scolare) e impegnati a mettere armi in mano di bambini in modo che imparino a uccidere. Salvini non ha mai dato l’impressione che, nella visione di quel mondo da eliminare, donne incinte e bambini facciano differenza. E non fanno differenza perché per lui anche loro sono coinvolti in traffici complicati e lucrosissimi, colpevoli di essere finiti in mano ai “trafficanti” (quasi mai portati in tribunale) o agli “scafisti” che bisogna catturare e imprigionare per sempre, se prima non sono andati a fondo con il barchino. Salvini, certo, non è solo nella sua missione. La presidente dal Consiglio, che lo ha nominato suo “vice”, aspira alla caccia ai “clandestini”. Ed è ispirata e guidata dal capo assoluto del piccolo Paese che ha dato all’Europa più muri e fili spinati dal tempo della seconda guerra mondiale.
Salvini è confortato da questa linea dell’alleata. Ma non gli basta. Lui ha altre ambizioni, altro da fare. Ha un senso del potere sproporzionato rispetto a ciò che è stato finora nella vita. Cosa che lo porta persino, con la sua premier, a non avere la dovuta buona educazione. L’ha tranquillamente offesa e scavalcata portando Marine Le Pen in Italia a fare campagna elettorale. Ancora non si sa bene con quale obiettivo, di sicuro però con l’intento di dare uno schiaffo a chi comanda o addirittura ha il potere di sgridarlo, dal posto di presidente del Consiglio che lui vorrebbe occupare.
Perché poi in fondo quel che importa a Salvini è la scena, dove a lui spetta sempre il ruolo di un D’Artagnan fuori misura. E non conta se da quella scena il leghista esce con una brutta figura, anche perché comunque sarà descritta benevolmente, forse con appena con un po’ di ironia, da quei giornali e quelle tv che vogliono evitare la sua perenne, mai mantenuta, minaccia di smuovere i tribunali del mondo.
Le due domande che riguardano Salvini adesso sono: chi lo segue e dove va. Il suo partito, in un Paese di brutti o modesti partiti, è forse il peggiore, senza una sola carta da spendere per dire agli italiani: ecco chi siamo. Salvini e i suoi si tengono, in un modo che appare rigoroso, ben lontani dalla cultura. È un imbarazzo che non vogliono avere, fosse anche la cultura una antica battuta dialettale, di questo o quel territorio. Gli appartiene, bisogna però riconoscere, la parola “territorio”. Ma per lui dire territorio vuol dire considerare lo Stato come una struttura molle, che i secessionisti possono strappare da un parte o dall’altra. È un istinto che risale alla trovata iniziale da cui è nata la Lega, quella secessione cantata a bocca chiusa sulle note dell’aria verdiana. Oggi Salvini può raccontare che lui ai tempi del secessionismo non era così attivo, tanto che poi sarebbe diventato ministro di polizia e avrebbe iniziato, da allora e per sempre, la sua caccia al clandestino (e cioè uno che non ha trovato, perché non esiste, un passaggio legale per traversare indenne il Mediterraneo). Ma la storia di Salvini, la storia del suo partito, non è finita. Sta continuando, con la nuova alleata Le Pen, convocata in Italia tanto per offendere.
La storia di Salvini continua ma di lui già si può dire: ecco un uomo politico che ha tolto molto all’Italia.