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Nadef, la manovra dimentica la crescita

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Serve un Pil che marci a ritmo serrato e, non essendo possibile effettuare nuovi investimenti per i vincoli di bilancio, dipende da quelli già previsti, ovvero dalla buona riuscita del Pnrr
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Il grande assente della Nadef pubblicata dal governo Meloni è la crescita, l’unico rimedio che può permettere all’Italia di supportare uno dei peggiori debiti al mondo. Perché nel rapporto debito/Pil solo la forte crescita del denominatore permette di tenere a bada un numeratore che, se non cresce, sicuramente non scende come dovrebbe.

Del resto, se non si vuole tagliare la spesa o non si vuole aumentare chi paga le tasse, anzi si è scelto di erodere la base imponibile con la flat tax e non si combatte l’evasione, l’unica speranza di non sprofondare è aumentare il Pil.

Neppure i tentativi di fare cassa, per esempio con le privatizzazioni, possono risolvere la situazione. Dove si possano trovare asset da vendere per 20 miliardi nessuno lo sa e, nel caso, si tratterebbe di entrate una tantum che non stimolano la crescita. Sono toppe.

Serve un Pil che marci a ritmo serrato e, non essendo possibile effettuare nuovi investimenti per i vincoli di bilancio, dipende da quelli g…

Il grande assente della Nadef pubblicata dal governo Meloni è la crescita, l’unico rimedio che può permettere all’Italia di supportare uno dei peggiori debiti al mondo. Perché nel rapporto debito/Pil solo la forte crescita del denominatore permette di tenere a bada un numeratore che, se non cresce, sicuramente non scende come dovrebbe.

Del resto, se non si vuole tagliare la spesa o non si vuole aumentare chi paga le tasse, anzi si è scelto di erodere la base imponibile con la flat tax e non si combatte l’evasione, l’unica speranza di non sprofondare è aumentare il Pil.

Neppure i tentativi di fare cassa, per esempio con le privatizzazioni, possono risolvere la situazione. Dove si possano trovare asset da vendere per 20 miliardi nessuno lo sa e, nel caso, si tratterebbe di entrate una tantum che non stimolano la crescita. Sono toppe.

Serve un Pil che marci a ritmo serrato e, non essendo possibile effettuare nuovi investimenti per i vincoli di bilancio, dipende da quelli già previsti, ovvero dalla buona riuscita del Pnrr.

Le stime del rapporto debito/Pil sono che dal 140,2% di quest’anno si scenda al 139,6% entro la fine del 2026, che rappresenta un calo dello 0,6% in tre anni, ma che nell’immediato, cioè tra il 2023 e il 2024, è pressoché nullo perché è stimato pari allo 0,1%.

Numeri preoccupanti, soprattutto perché il rapporto, oltre a essere elevato, non torna ancora ai livelli che aveva prima che scoppiasse la pandemia, quando oscillava intorno al 135%. Ma la questione ancor più preoccupante è che il governo ha deciso di fare ulteriore debito.

Questa manovra, che vedrà la luce a dicembre, pur di entità ridotta perché pari a poco più di 20 miliardi, ricorre a nuovo debito per 15 miliardi, invece dei soli 4 miliardi preventivati.

L’incapacità del governo si misura nei numeri, perché su un ammontare di spesa pubblica che si muove nell’ordine dei 1.200 miliardi non è riuscito a realizzare nemmeno un’efficienza di poco più dell’1% per far fronte a un paio di promesse come il mantenimento del taglio del cuneo fiscale e l’allargamento dell’aliquota al 23% per i redditi fino ai 35 mila euro.

È come se in un momento di crisi un imprenditore di un’azienda che fattura 100 mila euro non riuscisse a tagliare costi per mille euro. Lui, se non riesce a risparmiarli, è costretto a incrementare le entrate, altrimenti il rischio è di andare in passivo.

E con i tassi che corrono, ricorrere al debito non è una passeggiata, perché pagare gli interessi costa. Lo sa bene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che presentando la Nadef ha ricordato come l’aumento dei tassi di interesse voluto dalla Banca centrale europea per combattere l’inflazione abbia fatto salire la spesa del debito, che quest’anno sarà pari al 3,7% del Pil (oltre 75 miliardi quindi), di 14 o 15 miliardi, vale a dire lo stesso importo che il governo ha messo in conto di spendere in deficit per il cuneo e il taglio dell’Irpef.

Nei prossimi anni non andrà meglio perché la Bce ha intenzione di tenere i tassi alti per lungo tempo. Nella Nota di aggiornamento del Def il costo del debito salirà infatti al 4,2% il prossimo anno, al 4,3% nel 2025 e al 4,6% nel 2026, ma l’effetto dei rincari si spalmerà lungo tutta la durata dei Btp che verranno emessi e ce lo porteremo dietro per molto tempo.

Per fronteggiare questo scenario servirebbe una robusta crescita dell’economia. Ma purtroppo non va così. Dal 2000 in poi il nostro Pil è stato uno dei peggiori della zona euro con crescite dello “zero virgola” e di recente, dopo l’exploit dovuto alla ripresa post Covid, il governo si è precipitato a rivedere al ribasso le previsioni.

L’anno in corso salirà dello 0,8% e non dell’1% e il prossimo dell’1,2% contro il precedente 1,5%. Per di più sul 2024 sono numeri ottimistici perché migliori delle stime dell’Unione europea che vede il Pil allo 0,8%. E va aggiunto che sono anche numeri che gettano un’ombra sull’efficacia del Pnrr.

Nel Def pubblicato ad aprile, il governo si era spinto ad analizzare l’impatto del Pnrr sul Pil del Paese, mentre nell’attuale Nadef non li ha aggiornati rimandando tutto al prossimo Def.

A leggerli oggi quei numeri in controluce sulle nuove previsioni di crescita vien da chiedersi se quei 185 miliardi di euro di investimenti produrranno l’effetto sperato. Dall’analisi era emerso come l’effetto sul 2022 del Pnrr fosse stato inefficace con un impatto sul Pil di appena lo 0,1% contro un ipotizzato 0,7%. E il governo ha spalmato questa buco dello 0,6% negli anni successivi.

Per il 2023 ha stimato che il Piano di ripresa possa influire sul Pil con un +0,8% che confrontandolo con le nuove previsioni (Pil + 0,8%) è come se tutta la crescita prevista per quest’anno venisse dal solo Pnrr.

E lo stesso accadrebbe più o meno il prossimo anno, quando su un Pil visto ottimisticamente in crescita dell’1,2% il Piano incide per una crescita dello 0,8%, che è poi quanto la Ue preveda che cresca l’Italia nel 2024.

Ora alla luce di questi numeri, o il governo rivede nuovamente al ribasso le stime sull’impatto del Pnrr come aveva fatto per il 2022, o se li conferma deve permettere al ministro Raffaele Fitto di lavorare nel migliore dei modi possibili, perché, senza altri investimenti e senza una spending review vera, ad oggi solo dall’attuazione del Piano di ripresa dipende la tenuta del sistema Italia.

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