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Demografia, perché ci servono i migranti

Secondo le previsioni Istat l’Italia avrà un calo di 5 milioni di abitanti entro il 2050. E gli ultrasessantacinquenni passeranno dal 25 al 34% della popolazione
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La popolazione italiana sarà più piccola, con nuove e marcate differenze tra territori, e con una più spiccata diversità nella popolazione. Questo il quadro tracciato dall’Istat, nelle nuove previsioni con i dati aggiornati al 2022: un calo di circa 5 milioni di abitanti, da qui al 2050. Nello stesso orizzonte temporale, la quota di ultrasessantacinquenni passerebbe dal 24 al 35%. Vedremmo sempre meno coppie con figli e sempre più persone che vivono da sole. Il Nord essenzialmente terrebbe, con una popolazione costante e un invecchiamento graduale. La gran parte del declino della popolazione sarebbe concentrata al Sud e nelle Isole, con un veloce invecchiamento della popolazione, in particolar modo nei piccoli comuni. La diversità nelle tipologie e forme familiari aumenterebbe.

La popolazione italiana sarà più piccola, con nuove e marcate differenze tra territori, e con una più spiccata diversità nella popolazione. Questo il quadro tracciato dall’Istat, nelle nuove previsioni con i dati aggiornati al 2022: un calo di circa 5 milioni di abitanti, da qui al 2050. Nello stesso orizzonte temporale, la quota di ultrasessantacinquenni passerebbe dal 24 al 35%. Vedremmo sempre meno coppie con figli e sempre più persone che vivono da sole. Il Nord essenzialmente terrebbe, con una popolazione costante e un invecchiamento graduale. La gran parte del declino della popolazione sarebbe concentrata al Sud e nelle Isole, con un veloce invecchiamento della popolazione, in particolar modo nei piccoli comuni. La diversità nelle tipologie e forme familiari aumenterebbe.

In un Paese in cui la demografia è diventata di moda, questi scenari non sono certamente inattesi. Il nostro futuro demografico, però, non è un destino segnato nei dati e nelle previsioni di oggi. Gli scenari descritti nelle previsioni si realizzeranno “quasi” certamente, come ha scritto l’Istat. Il “quasi” dipende da noi: potremmo infatti invertire quella che sembra una tendenza consolidata con un cambiamento strutturale delle politiche di popolazione.

Oggi e domani, l’elemento di maggiore incertezza per l’andamento demografico sono i flussi migratori: mentre sui prossimi 10-20 anni l’incertezza sulla natalità è contenuta, per l’immigrazione rimane alta. L’Istat ha previsto in media per i prossimi 10 anni circa 350 mila nuovi immigrati all’anno, a fronte di circa 150 mila emigrati annui (tra stranieri e italiani). Un numero di ingressi che però non sarebbe sufficiente a contenere il calo della popolazione. Per mantenere la popolazione italiana costante servirebbero infatti circa 100 mila immigrati in più rispetto allo scenario pubblicato. Un numero realistico, non rivoluzionario, per un totale di 450 mila ingressi, inferiore ad esempio al mezzo milione di visti che il Canada ha previsto per i prossimi anni. La demografia globale, peraltro, ci aiuterebbe: come abbiamo capito da tanti segnali esterno, il mondo è oggi pieno di giovani, in Africa come in Asia. Il 2012 è stato l’anno con il più alto numero di nascite nella storia dell’umanità: 144 milioni, che avranno 18 anni nel 2030.

Per rispondere alla sfida demografica in Italia dobbiamo prima di tutto attuare, insieme alle riforme strutturali, un grande cambiamento culturale. Il nostro successo economico ci ha reso desiderabili per tanti giovani che crescono in paesi più poveri: è una cosa positiva, da cavalcare. Ma dobbiamo smettere di considerare l’immigrazione come una crisi da affrontare attraverso decreti o proclamazioni di “stato di emergenza”, come terreno di confronto tra parti politiche, tra pancia e testa. È giusto intervenire nelle situazioni di crisi umanitaria, ma ancora più importante pensare di progettare per il lungo periodo, disegnando un percorso realistico per chi vuole costruire la propria vita in Italia.

Da dove partire allora? Dal cambiare la Legge Bossi-Fini, varata per un mondo che non esiste più e per soddisfare esigenze (neanche tutte peraltro) di breve periodo ed esclusivamente connesse a posti di lavoro. Muoviamoci, come gli altri Paesi maturi, verso una programmazione strutturale dell’immigrazione, che prenda atto delle prospettive demografiche del Paese e che sia volta a regolare gli ingressi con procedure e secondo numeri realistici (attorno appunto ai 400 mila ingressi annui, oltre ai cittadini comunitari). Attraiamo lavoratori e famiglie per contribuire sia al mercato del lavoro sia alla natalità, riempiendo le nostre scuole e università sulle quali serve investire ulteriormente per tenere conto dell’accresciuta diversità. Variamo vere politiche di integrazione, delineando anche percorsi più chiari e veloci per l’accesso alla cittadinanza degli immigrati e dei loro figli, e diventando proattivi sui rifugiati. Qualche segnale in questo senso si coglie già.

Una maggiore immigrazione dall’estero, con politiche esplicite di integrazione, poi, è l’unica soluzione che permetterà, insieme ad altre misure di sviluppo economico, di tenere vive alcune comunità del Sud e delle Isole. Queste aree sarebbero destinate, altrimenti, ad un veloce spopolamento e invecchiamento i cui sintomi sono già chiari oggi. Occorre mettere in atto un circolo virtuoso, contribuendo anche alla ripresa della natalità, fondamentale nel lungo periodo.

Usare i dati disponibili e gli scenari di lungo termine per guidare le riforme con un impatto sulla demografia del Paese, consentirebbe inoltre di presentarci in Europa con maggiore credibilità anche quando si parla di migrazioni. Grazie alle previsioni Istat siamo costretti, ogni tanto, a pensare al lungo periodo. Facciamolo, oggi.

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