“Gli Stati Uniti dovranno presto affrontare le minacce più gravi da decenni, forse da sempre. Mai prima, infatti, sono stati circondati dall’alleanza di quattro antagonisti, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran, il cui arsenale nucleare collettivo potrà, in pochi anni, essere due volte maggiore di quello americano. E nessuno ricorda un avversario come la Cina, per strapotere economico, scientifico, tecnologico e militare”: a usare questo tono drammatico non è un blogger in cerca di like, ma Robert Gates, ministro della Difesa dal 2006 al 2011, sotto due presidenti diversi come George W. Bush e Barack Obama, e già capo della Cia.
Sul numero di novembre dell’austera rivista Foreign Affairs, Gates lancerà il suo allarme, precisando però, che il pericolo ma…
“Gli Stati Uniti dovranno presto affrontare le minacce più gravi da decenni, forse da sempre. Mai prima, infatti, sono stati circondati dall’alleanza di quattro antagonisti, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran, il cui arsenale nucleare collettivo potrà, in pochi anni, essere due volte maggiore di quello americano. E nessuno ricorda un avversario come la Cina, per strapotere economico, scientifico, tecnologico e militare”: a usare questo tono drammatico non è un blogger in cerca di like, ma Robert Gates, ministro della Difesa dal 2006 al 2011, sotto due presidenti diversi come George W. Bush e Barack Obama, e già capo della Cia.
Sul numero di novembre dell’austera rivista Foreign Affairs, Gates lancerà il suo allarme, precisando però, che il pericolo maggiore per gli Stati Uniti non viene dall’assedio dei nemici globali, ma dalla guerra civile, di valori e interessi, che divide il paese al proprio interno: “La nostra leadership politica è spaccata... alla Casa Bianca e al Congresso, e non sa articolare una strategia per garantire che Stati Uniti e valori democratici prevalgano”.
La grottesca defenestrazione dello Speaker repubblicano della Camera, il conservatore Kevin McCarthy, fatto senza precedenti nella storia bisecolare degli Usa, è stata, martedì, prova decisiva della sindrome denunciata da Gates. Un manipolo di otto deputati di estrema destra, populisti, sovranisti e nazionalisti, guidati da Matt Gaetz, ultras dell’ex presidente Donald Trump, ha fatto cadere McCarthy, accusato di intese con l’odiato presidente democratico Joe Biden. Invocando tagli feroci alla spesa pubblica e muri contro gli emigranti al Sud, i ribelli volevano perfino bloccare il bilancio federale, arrivando a sospendere stipendi agli statali, alle forze armate e fondi per scuola, difesa, sanità.
Robert Gates ha ragione, lo scisma culturale della grande nazione è il problema esistenziale di fondo, e, senza superarlo, la capacità di guidare le democrazie, come durante la Guerra Fredda contro l’Urss e nella Guerra Mondiale contro i nazifascisti, degenererà in impotenza e nella “fine dell’Impero” profetizzata nel 1987 dallo storico Paul Kennedy. La metà dei repubblicani al Congresso mugugna contro il sostegno all’Ucraina del presidente Zelensky, i rivoltosi alla Camera hanno smanie filorusse, come Trump, da sempre amichevole con il presidente Vladimir Putin. Di routine le scelte vengono fatte, stile populista ben noto da noi, non con raziocinio, ma solo per mostrare i denti agli avversari: Biden è per Kiev? Ci schieriamo con Mosca!
Complicano tutto la mancanza di leader nazionali saggi e una generazione di anziani, incapace di parlare ai giovani. La senatrice della California Dianne Feinstein, scomparsa il 29 settembre a 90 anni, sbagliava voto in aula e doveva essere guidata dagli assistenti. Il leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, 81 anni, ha vuoti di memoria, fissando gli interlocutori senza rispondere. Nel novembre 2024 i due candidati favoriti per la presidenza, Biden e Trump, avranno 81 e 78 anni, in un Paese con l’età media di soli 38 anni (in Italia 48). A prendere il posto di McCarthy potrebbe essere Steve Scalise, deputato della Louisiana, 57 anni, ma ammalato di leucemia.
Mentre dall’Ucraina a Taiwan, dall’Africa al Pacifico, le sfide per le democrazie crescono, con i Paesi vicini alla Cina a chiedere alleanze di protezione, dall’Australia, al Giappone, alla stessa India e perfino al Vietnam, contro l’egemonia di Pechino, Washington non sa offrire guida univoca e voci capaci di creare consenso fra gli amici e intimidire i nemici, come un tempo Ike Eisenhower o Jack Kennedy.
Gates, nel suo formidabile saggio, indica anche le debolezze russe e cinesi, economie che rallentano, la resistenza ucraina, sistemi politici ossificati e senza visione, ma la conclusione resta amara: “Gli americani si rinchiudono su se stessi, il Congresso langue fra risse, insulti, clientele e gli ultimi presidenti hanno rinnegato, o mal interpretato, il ruolo globale dell’America. Per confrontarsi con avversari così potenti e capaci di mosse azzardate, gli Stati Uniti dovrebbero essere più efficaci e dissuadere Xi Jinping e Putin da nuove avventure: il pericolo è reale e prossimo”. Sorda e rancorosa, Washington preferisce invece avvilupparsi nell’ultima, petulante, sciarada estremista di autunno.
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