✕

Salario minimo, quando il Cnel non studia

Ascolta l'audio

Perché il documento di analisi del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro non è approfondito
3 minuti di lettura

Il documento di “analisi” elaborato dal Cnel e presentato il 4 ottobre sul salario minimo, è tutto tranne che un esame approfondito per arrivare ad una soluzione per combattere il lavoro povero.

Non aggiunge nulla a ciò che si conosce già, riprende i dati ultra noti dell’Inps, che io stesso ho diffuso decine di volte nelle sedi istituzionali e in audizioni parlamentari concernenti la copertura dei Ccnl. È contradditorio in alcune parti, quando ad esempio fa riferimento al timore che un aumento dei salari possa far crescere la spesa pubblica, poiché si riconosce implicitamente uno sfruttamento anche da parte della Pa del sistema di appalti e subappalti che evidentemente abbassano i costi del lavoro per vincere gare. Ma non si riconosce l’aumento del gettito che deriv…

Il documento di “analisi” elaborato dal Cnel e presentato il 4 ottobre sul salario minimo, è tutto tranne che un esame approfondito per arrivare ad una soluzione per combattere il lavoro povero.

Non aggiunge nulla a ciò che si conosce già, riprende i dati ultra noti dell’Inps, che io stesso ho diffuso decine di volte nelle sedi istituzionali e in audizioni parlamentari concernenti la copertura dei Ccnl. È contradditorio in alcune parti, quando ad esempio fa riferimento al timore che un aumento dei salari possa far crescere la spesa pubblica, poiché si riconosce implicitamente uno sfruttamento anche da parte della Pa del sistema di appalti e subappalti che evidentemente abbassano i costi del lavoro per vincere gare. Ma non si riconosce l’aumento del gettito che deriverebbe da un incremento di salari per la finanza pubblica, calcolato in 1,5 miliardi di euro con soglia a 8 euro, e in 3 miliardi con soglia a 9 euro, oltre che la riduzione di sussidi e le minori detrazioni per i lavoratori se avessero accesso a salari più alti.

Si fa riferimento alla direttiva dell’Ue che individua due soglie per la fissazione del salario minimo (il 60% del salario mediano e il 50% del salario medio), così come anche la copertura da parte dei contratti per almeno l’80% dei lavoratori. Ma non si riconosce che in quella direttiva la copertura deve essere anche adeguata ed effettiva. Mentre oggi sappiamo che in molti settori dei servizi (che rappresentano la maggior parte dei lavoratori italiani) quella copertura è molto frammentata, quasi finta, non efficace. Inoltre, il fatto che una impresa dichiari nella dichiarazioni all’Inps un dato contratto di lavoro non implica necessariamente che vengano rispettati i relativi i minimi tabellari.

Come ormai tutti hanno riconosciuto (la Commissione del ministero del Lavoro nel 2021, l’Ocse, l’Inps) il lavoro povero dipende, si accoda il Cnel, da tre fattori: ore lavorate, composizione famiglie, salario orario. Immaginiamo il governo decida, al posto dell’impresa, quante ore ogni lavoratore debba lavorare. Sarebbe considerato troppo intrusivo, quasi impossibile da fare. Anche fissare un minimo di ore lavorate abbiamo visto quanto è difficile, nella selva attuale dei molteplici contratti di lavoro flessibili, part-time e precari esistenti. Così come intervenire sui nuclei familiari con politiche di controllo della natalità sarebbe impossibile in Italia. Certo si può e si deve fare di più in termini di incentivi e sostegni alla famiglia. Ma non solo questo ha un costo importante per la finanza pubblica, ha anche risultati incerti rispetto agli obiettivi prefissati. Al contrario, ciò che è considerato normale e non intrusivo, in tutti i Paesi avanzati, con buoni risultati sulla riduzione del lavoro povero, è la fissazione di salari minimi orari al di sotto dei quali non si può scendere. Dicendo ad esempio che ogni lavoratore ha diritto ad un contratto, e che il minimo tabellare non può essere inferiore a 9 euro lordi l’ora.

Nel documento del Cnel invece, non si fa una analisi su questo. Non c’è una parola su come superare il problema dei contratti pirata, conclusi unicamente per abbassare tutele, ridurre i i salari, e fare competizione sleale nei confronti dei contratti buoni, fenomeno molto sottovalutato nel documento. Non si menziona ad esempio che una impresa può dichiarare nei suoi flussi all’Inps un dato contratto collettivo ma poi applicarne uno pirata.

Non una parola su cosa fare dei contratti scaduti non rinnovati da anni che sono il 57% secondo il Cnel (ma superano il 70% se includiamo agricoli, domestici e Pa non considerati nel documento). Mi sarei aspettato almeno una analisi di un meccanismo contrattuale di aggiustamento dei salari all’inflazione, come avviene nel contratto dei metalmeccanici.

Il documento si definisce di analisi e non di proposta. Ma è proprio nella analisi che dimostra un vuoto non appropriato per un organo costituzionale. Fa un elenco ricognitivo, in parte confuso, e del tutto inutile rispetto al raggiungimento di una soluzione.

La copertura del 95% dei Ccnl dei lavoratori è cosa nota, come è nota la persistenza di bassi salari, per circa 4,2 milioni di lavoratori, anche all’interno di quei contratti. I lavoratori poveri, infatti, non sono solo tra quelli che hanno stipulato contratti pirata, o non sono coperti da contratti collettivi, ovvero circa 700mila nel documento del Cnel su 14,5 milioni di lavoratori (con esclusione anche qui di domestici e agricoli cioè altri 1,7 milioni di lavoratori). Lo ripetiamo: anche se i “contratti buoni” (quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil) coprono 13,2 milioni di lavoratori su 13,8 che hanno un contratto, essi soffrono di una minacciosa concorrenza da parte di contratti pirata e gialli, e spesso sono costretti a chiudere accordi con basse retribuzioni, come avvenuto nei casi che hanno fatto scalpore, della vigilanza e della logistica, proprio per non perdere terreno e lavoratori in quei settori. Qui mi aspettavo almeno una analisi sulla rappresentanza sindacale o sull’estensione erga omnes dei contratti buoni.

Tenerci bassi salari non fa bene al sistema economico, non fa bene ai lavoratori e nemmeno alle aziende. Non fa bene alla produttività. Mi è capitato di leggere un articolo su una rivista del 1951 dal titolo La Francia punta sulla produttività e sul benessere dei lavoratori. La politica principale delle aziende di cui si parlava nell’articolo era il salario continuamente crescente, capace di stimolare: impegno continuo da parte dei lavoratori, e investimenti crescenti da parte delle aziende per agganciare la produttività alla crescita dei salari. Ecco questo servirebbe anche a noi oggi.

Leggi i commenti