Caso Salvini-Apostolico, se il capo tifoso è il ministro
di Stefano FolliLa vicenda che coinvolge il ministro Salvini e la giudice di Catania, Iolanda Apostolico, ha tutta l’aria di non essere la solita tempesta in un bicchier d’acqua a cui ci ha abituati il mediocre livello del dibattito pubblico. Stavolta le implicazioni sono numerose e sovrapposte tra loro.
Per il ministro delle Infrastrutture è un modo per vivere la sua permanente campagna elettorale, mostrando al suo pubblico che lui sa essere il pistolero più veloce del centrodestra, più veloce soprattutto della rivale Giorgia Meloni (per quanto in questa occasione anche da Palazzo Chigi non si è perso tempo nello stigmatizzare la sentenza catanese).
Per una certa sinistra è invece l’occasione per negare che esista una contraddizione tra l’indipendenza del magistrato e la sua attività di militante politico.
Qui il caso si scompone sui due piani che dominano le cronache. Il primo livello riguarda il film della manifestazione anti governativa a cui partecipò cinque anni fa la magistrata, ripresa q…
La vicenda che coinvolge il ministro Salvini e la giudice di Catania, Iolanda Apostolico, ha tutta l’aria di non essere la solita tempesta in un bicchier d’acqua a cui ci ha abituati il mediocre livello del dibattito pubblico. Stavolta le implicazioni sono numerose e sovrapposte tra loro.
Per il ministro delle Infrastrutture è un modo per vivere la sua permanente campagna elettorale, mostrando al suo pubblico che lui sa essere il pistolero più veloce del centrodestra, più veloce soprattutto della rivale Giorgia Meloni (per quanto in questa occasione anche da Palazzo Chigi non si è perso tempo nello stigmatizzare la sentenza catanese).
Per una certa sinistra è invece l’occasione per negare che esista una contraddizione tra l’indipendenza del magistrato e la sua attività di militante politico.
Qui il caso si scompone sui due piani che dominano le cronache. Il primo livello riguarda il film della manifestazione anti governativa a cui partecipò cinque anni fa la magistrata, ripresa quasi in primo piano.
Chi lo ha girato e come ha fatto Salvini a entrarne in possesso e a usarlo per i suoi fini politici? Repubblica, come è ovvio, propone la sua ricostruzione e i suoi approfondimenti.
Il quesito è fondamentale perché suggerisce l’idea di incroci pericolosi ovvero oblique contiguità tra apparati dello Stato e personaggi politici che utilizzano in modo comunque improprio una rete di informazioni riservate.
Si avverte il sapore dei “dossier”, s’intravede l’ombra di una stagione di ricatti, magari solo potenziali, che credevamo ormai alle spalle.
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Poi c’è un secondo livello che riguarda il comportamento della giudice. La tesi secondo cui la sua attività di cittadina militante non interferisce nella “terzietà” a cui è tenuta la magistrata Apostolico, una volta vestita la toga, trova non pochi sostenitori. Anche qualche autorevole ex magistrato. Tuttavia si tratta in prevalenza di altri militanti politici, restii ad ammettere la contraddizione.
Viceversa c’è chi mette il dito nella piaga. Come Sabino Cassese, secondo cui al cittadino «non servono magistrati combattenti». O come il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli, che al congresso di Firenze delle Camere Penali ha detto parole forti contro la tendenza a una «società giudiziaria» permeata di uno «statalismo illiberale». Quando invece le «buone leggi» richiedono «buoni comportamenti» da parte di chi deve applicare la norma.
E a proposito delle Camere Penali, il presidente uscente, l’avvocato Caiazza, trova aberrante «lo scontro tra tifoserie» e ricorda che il giudice «non solo deve essere imparziale, ma anche apparire tale». Come la famosa moglie di Cesare.
C’è un terzo elemento da considerare, nel timore che di questa vicenda si parlerà ancora a lungo. Non è solo una faccenda di tifoserie contrapposte, ma il fatto che il capo di una delle tifoserie è un ministro in carica, addirittura un vicepresidente del Consiglio.
È lui che si espone personalmente, va in televisione con il tricolore sullo sfondo, attacca un’esponente della magistratura. Aizza un conflitto da stadio o da bar sport per acchiappare un po’ di consenso elettorale, indifferente al danno che reca alla credibilità delle istituzioni.
Si dirà che anche la giudice con i suoi comportamenti — e non si parla qui del merito della sentenza — ha danneggiato l’istituzione che dovrebbe servire con ben maggiore sobrietà.
Tuttavia due torti non fanno una ragione. E chi ha la maggiore responsabilità è l’uomo di governo: dovrebbe sapere che esistono gli strumenti per un ricorso contro gli errori della magistratura. Ma naturalmente i tempi non sarebbero brevi, invece qui serve arrivare in orario al prossimo talk show.