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Prove di libertà

Il Nobel Narges Mohammadi

 (afp)
Provate a spegnere il telefono e se non ci riuscite un’app lo blocca
4 minuti di lettura

Freedom, libertà. È la ragione per cui Narges Mohammadi, giovane donna che non vede i suoi figli da otto anni, imprigionata dal regime iraniano, ha appena vinto il premio Nobel per la Pace ed è il nome di una app di grande e crescente successo che — nell’Occidente democratico — sostituisce l’antica e desueta forza di volontà e ti consente di concentrarti su quel che vuoi o devi fare impedendoti forzatamente di accedere alla rete, ai social network. A pagamento, badante severa e virtuale: abbonati, nove euro e novanta, un affare. La storia del nostro tempo, per chi avesse il talento di scrivere il Grande Romanzo Contemporaneo, è tutta qui. Regimi e democrazie. Umana determinazione e sorveglianza tecnologica. La libertà, alla fine, cos’è: dipende. Se sei una cinquantenne iraniana è un’aspirazione rivoluzionaria, una vita in carcere e una lettera ai tuoi bambini che dice: mi mancate immensamente ma lo faccio anche per voi. Se sei un cinquantenne italiano è un fratello minore che ti insta…

Freedom, libertà. È la ragione per cui Narges Mohammadi, giovane donna che non vede i suoi figli da otto anni, imprigionata dal regime iraniano, ha appena vinto il premio Nobel per la Pace ed è il nome di una app di grande e crescente successo che — nell’Occidente democratico — sostituisce l’antica e desueta forza di volontà e ti consente di concentrarti su quel che vuoi o devi fare impedendoti forzatamente di accedere alla rete, ai social network. A pagamento, badante severa e virtuale: abbonati, nove euro e novanta, un affare. La storia del nostro tempo, per chi avesse il talento di scrivere il Grande Romanzo Contemporaneo, è tutta qui. Regimi e democrazie. Umana determinazione e sorveglianza tecnologica. La libertà, alla fine, cos’è: dipende. Se sei una cinquantenne iraniana è un’aspirazione rivoluzionaria, una vita in carcere e una lettera ai tuoi bambini che dice: mi mancate immensamente ma lo faccio anche per voi. Se sei un cinquantenne italiano è un fratello minore che ti installa l’inibitore sul telefono così che ricevi da lui una mail, mi è accaduto l’altro giorno: scusa, ho esaurito il tempo disponibile sui social, puoi mandarmi il link per posta oppure su Instagram ma domani, fra le 10 e le 11, grazie? Un grande e riconosciuto artista, per inciso. Avrei voluto scrivergli amico mio, riprenditi. Governa da solo il tuo tempo, ti prego. Ma ho desistito. Ho pensato è in detox, è come dire a un tossicodipendente smetti, come irrompere in una seduta degli alcolisti anonimi e dire tornate a casa, cosa fate qui. È sbagliato, è inutile, è censorio. Meglio di no, aspetto domani alle 10.

Questo è un tentativo di ragionare sull’avvelenamento e sulla dipendenza tossica dai social, dai device, dal mondo virtuale e siccome lo faccio periodicamente da almeno dieci anni chiedo scusa, so che mi ripeto: ho il massimo rispetto per chi ci lavora, ci campa, ci costruisce carriere e genera redditi coi quali mantiene se stesso e talvolta numerose famiglie. Capisco che possa essere un mestiere, per molti l’unico possibile in assenza di datori di lavoro che paghino regolarmente stipendi e contributi. Non ho certo l’autorevolezza né la capacità di influenza per confutare gli influencer, ho troppi pochi followers, non ho mai curato quel giardino quindi così, dico per dire: in guardia, gente. È una tossina micidiale. Non serve rammentarlo, anzi. È la premessa per essere insultata in rete per due giorni o forse tre. Pazienza. Ciascuno fa il suo, abbiate la gentilezza di consentire democraticamente anche un’esperienza divergente. Ho una piccola storia, difatti, da raccontare. Arriva subito. L’altro giorno ho letto qui il primo passo di un’inchiesta di Maria Novella De Luca che mostrava, documentatissima, come la causa di molti formidabili disagi delle persone di giovane età dipenda dai due anni di isolamento da Covid e dall’impennata di dipendenza dal contatto virtuale col mondo. Come molte depressioni, deprivazioni, devianze sociali anche violente, suicidi siano da ricondurre al progressivo scomparire del mondo reale dalla scena. Ho pensato ma guarda, ma pensa. Chi l’avrebbe detto, no? Certo, ora ci sono i dati clinici, le statistiche. Ma non era difficile, in fondo, indovinarlo prima. Non si è voluto fare anche perché è un business enorme, quello, genera redditi che non sono mica solo quelli di chi riesce alla fine a farsi sponsorizzare per i suoi post. Sono innanzi tutto quelli di chi gestisce la macchina e si arricchisce dei tuoi post. Siamo, siete tutti al servizio di un Sistema. Banale, abbiate pazienza, a volte però tocca ricordarlo: è un reddito residuale, il nostro, il vostro. I padroni della ferriera sono altri.

La storia che vi volevo raccontare è questa. Tempo fa mi sono dedicata per un paio di mesi a scrivere storie di donne che hanno vissuto nei primi e medi anni del Novecento. Volevo dar loro voce e corpo, volevo “diventare” loro, ascoltarle, sentirle, incarnarle, restituirle com’erano e così quel che ho fatto, a un certo punto, è stato spegnere il telefono. Zittire i social, non postare più, non leggere niente. Perché loro il telefono cellulare non ce l’avevano, dunque non avrei potuto essere credibile, sentire e capire, se non mi fossi messa nei loro panni, se non avessi spento. Del resto quarant’anni fa, quando ho iniziato a fare questo mestiere, i cellulari erano cosa da marziani: nel 1983 la Motorola presentava il suo ingombrante prototipo e quando noi giovani cronisti fummo inviati a vedere cos’era successo in quella galleria dell’Appennino, il 23 dicembre del 1984, il cellulare non ce l’aveva nessuno. Dalla strage del rapido 904, la “strage di Natale”, dettammo cronache dalle cabine del telefono della stazione — oggi sono postazioni wifi, le cabine, nei luoghi evoluti, dove ancora resistono come relitti di modernariato. In quarant’anni è cambiato il mondo, ma quarant’anni non sono un millennio: sono la vita di uno. Così, insomma, l’estate scorsa ho detto spengo, e ho spento. Ho scritto quel che dovevo scrivere, mi sono ricentrata in quel tempo, quello delle donne di cui volevo raccontare, e intanto ho tenuto un diario su carta, a penna. Come si faceva prima, quando ero piccola e si citofonava a casa per chiedere “scusi signora può scendere Filippo?”, si scrivevano a mano i diari. Poi ho pensato che ne faccio, di questo diario: lo racconto? Mi sono detta no. Non c’è niente di più retorico, non trovate?, del dire ecco che vi dico come si stava meglio prima, quando Tiktok non esisteva. L’intellettuale, o qualcosa del genere, la persona di mezza età che dice quanto era meglio il mondo senza social. Che patetico orrore. L’ho messo via, quel racconto dei miei due mesi silenziosi. Però ora che vedo che dovrei pagare per ottenere la app Freedom, la quale mi assicura “un silenzio monastico” in grado di ritrovare la mia concentrazione, volevo informarvi che con un semplice gesto volontario, senza spesa, potreste avere le seguenti migliorie. Ho dormito meglio, in quei due mesi. Non mi sono mai svegliata alle quattro di notte. Non ho mai preso in mano il telefono come ultimo e primo gesto della giornata per leggere i commenti. Ho camminato serena guardandomi attorno e vedendo le persone, osservandole. Ho avuto dubbi, ispirazioni, sorprese. Sono tornata a parlare con qualcuno di amato con cui non avevo tempo, da tempo, di parlare più. Mi sono annoiata, talvolta, con fatica e profitto. Ho smesso di prendere quella certa pasticca, che ogni tanto mi era indispensabile. Sono stata meglio. Dopo è finito. Avevo obblighi di lavoro e bisognava riattivare i social, essere popolari se no che esisti a fare, se non sei nei radar non ci sei. Sì, giusto, scusate, torno. Ora Narges Mohammadi vince il Nobel per la pace dal carcere. Il mio amico mi scrive mandami il link domani alle 10, ho una app di blocco. I nostri figli si sono inabissati in un mondo che non li rende felici e penso qualcosa non va. Volevo dirvelo. Qualcosa non va, non ho la sufficiente platea social per essere ascoltata dalle moltitudini ma lo dico lo stesso, dal mio piccolo angolo. Occhio. Non si stava meglio quando si stava peggio, certo che no, ma non si sta bene oggi. Può tutto sempre peggiorare. Freedom, libertà. Nove e novanta, un affare. Non so. Occhio.

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