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Euro 2032, la Realpolitik del pallone è più forte di Erdogan

L'Italia ospiterà, insieme alla Turchia, Euro 2032

 
Scendere a patti con la Turchia, un partner scomodo eppure sempre più potente sullo scenario internazionale, rimaneva l’unico modo per non perdere anche stavolta
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Il pallone rimbalza un po’ sghembo tra Roma e Ankara, è una strana traiettoria che mette imbarazzo, giusto un po’. L’Europeo di calcio 2032 è stato conquistato dalla nostra Federcalcio, con il via libera, e la benedizione, del governo Meloni che con l’impresentabile Erdogan ha più di un’intesa.

L’uomo che due anni fa venne definito, senza mezzi termini, un dittatore da Mario Draghi, adesso è il nostro alleato in un mega progetto sportivo, politico, commerciale e finanziario.

Si può reagire con sdegno, e questa infatti è la prima onda di commenti social, ma la realpolitik non si fa su Twitter. E neanche la politica italiana, in fondo, oggi si indigna più.

Ankara, 10 ottobre: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

 

La vittoria congiunta di Turchia e Italia non può sfuggire a una serie di considerazioni che giocano la partita dentro e fuori gli stadi. Un primo dato di fatto: questo Paese tor…

Il pallone rimbalza un po’ sghembo tra Roma e Ankara, è una strana traiettoria che mette imbarazzo, giusto un po’. L’Europeo di calcio 2032 è stato conquistato dalla nostra Federcalcio, con il via libera, e la benedizione, del governo Meloni che con l’impresentabile Erdogan ha più di un’intesa.

L’uomo che due anni fa venne definito, senza mezzi termini, un dittatore da Mario Draghi, adesso è il nostro alleato in un mega progetto sportivo, politico, commerciale e finanziario.

Si può reagire con sdegno, e questa infatti è la prima onda di commenti social, ma la realpolitik non si fa su Twitter. E neanche la politica italiana, in fondo, oggi si indigna più.

Ankara, 10 ottobre: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

 

La vittoria congiunta di Turchia e Italia non può sfuggire a una serie di considerazioni che giocano la partita dentro e fuori gli stadi. Un primo dato di fatto: questo Paese tornerà a organizzare un grande torneo di calcio dopo 42 anni, cioè da Italia 90.

Da allora non era più stato in grado di presentare una candidatura credibile e vincente a questi livelli. Superati da Ucraina e Polonia per Euro 2012, scartati al primo turno contro Turchia (ancora) e Francia (candidata vincente) per Euro 2016, in questi anni abbiamo avuto briciole e solo attraverso accordi diplomatici: l’Europeo Under 21 del 2019 e quattro partite, tutte a Roma, di Euro 2020, il torneo itinerante poi giocato e vinto nel 2021.

Quell’Europeo si aprì con Italia-Turchia a Roma e con l’imbarazzo, allora, per la possibile presenza di Erdogan in tribuna, due mesi dopo l’uscita di Draghi (verrà? non verrà? Poi non venne).

Per ragioni di inopportunità, l’Italia aveva rinunciato ad un’ipotesi di candidatura congiunta con l’Arabia Saudita per i Mondiali 2030, che saranno spalmati addirittura su tre continenti, perché oggi nemmeno i giganti possono fare da soli.

Scendere a patti con la Turchia, che era la nostra concorrente per il 2032, un partner scomodo eppure sempre più potente sullo scenario internazionale, rimaneva l’unico modo per non perdere anche stavolta. E questa organizzazione condivisa è la certificazione ulteriore di una evoluzione dei rapporti fra Roma e Ankara.

Le grandi manifestazioni sportive sono uno scenario per la geopolitica. Non vincono i dossier, non pesa solo la forza delle candidature, ma la tela di alleanze, le pressioni, le spartizioni: ogni assegnazione ufficiale ormai nasce da un accordo e ne nasconde, e nemmeno troppo, un’altra virtuale ma scontata, come per i Mondiali 2034 destinati all’Arabia.

Solo con la diplomazia e il compromesso l’Italia ha ottenuto il suo mezzo Europeo, senza disporre di un solo stadio nuovo e moderno, a parte quello della Juventus. Li costruiremo, speriamo senza bisogno di successive indagini della magistratura, e già si parla di un commissario straordinario. Meglio lui che un commissario di polizia, dopo.

Ma per una nazione ormai periferica come la nostra, un Europeo è una specie di ritorno alla centralità: può far ripartire il nostro calcio sgangherato, almeno a livello strutturale. Quasi tutti gli stadi candidati oggi sono gli stessi del Mondiale 90. Abbiamo un modello: quello da non seguire.

La realpolitik guida ogni patto italo-turco fuori dallo sport, agisce nell’ambito della Nato che su Erdogan non può certo esprimersi come a suo tempo Draghi. E poi, con il governo che oggi ci ritroviamo, non è il caso di fare troppo gli schizzinosi.

Forse anche i turchi staranno provando qualche lieve imbarazzo, vai a sapere. Loro, per lo meno, un viceministro vestito da nazista non ce l’hanno. La Turchia ha ospitato l’ultima finale di Champions (e c’era l’Inter, altro piccolo incrocio tra noi e loro) e da anni spingeva per avere un grande torneo.

In fondo, Draghi lo aveva previsto quando aggiunse che con questi dittatori, alla fine, bisogna anche cooperare, negli interessi del Paese.

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