Il Medio Oriente e il ruolo dell’Europa
di Piero BenassiLa preannunciata reazione di Israele all’orrore innescato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, dove non sono state risparmiate neanche le esibizioni dello scempio sui corpi dei civili, inclusi i bambini, rappresenta il prologo di quella escalation dagli effetti tuttora ignoti. Tutto è terribile e al tempo stesso di difficile inquadramento e relega intanto al di fuori dell’agenda temi di quell’area attuali fino a pochi giorni fa, su tutti il negoziato tra Israele ed Arabia Saudita, obiettivo da colpire di Hamas e non solo. Nel frattempo si susseguono nuovi e più pesanti interrogativi: quale il riposizionamento del mondo arabo, quale il ruolo dell’Iran. E del Qatar. Più recente tassello di quella “guerra mondiale a pezzi” tristemente preconizzata anni fa dallo stesso Pontefice, il conflitto a Gaza conferma il paradigma del proliferare di crisi regionali ogni qualvolta le grandi potenze sono concentrate su altro. Dalla guerra sul terreno in Ucraina al conflitto - con altri mezzi - nell’I…
La preannunciata reazione di Israele all’orrore innescato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, dove non sono state risparmiate neanche le esibizioni dello scempio sui corpi dei civili, inclusi i bambini, rappresenta il prologo di quella escalation dagli effetti tuttora ignoti. Tutto è terribile e al tempo stesso di difficile inquadramento e relega intanto al di fuori dell’agenda temi di quell’area attuali fino a pochi giorni fa, su tutti il negoziato tra Israele ed Arabia Saudita, obiettivo da colpire di Hamas e non solo. Nel frattempo si susseguono nuovi e più pesanti interrogativi: quale il riposizionamento del mondo arabo, quale il ruolo dell’Iran. E del Qatar. Più recente tassello di quella “guerra mondiale a pezzi” tristemente preconizzata anni fa dallo stesso Pontefice, il conflitto a Gaza conferma il paradigma del proliferare di crisi regionali ogni qualvolta le grandi potenze sono concentrate su altro. Dalla guerra sul terreno in Ucraina al conflitto - con altri mezzi - nell’Indo-Pacifico. Non a caso solo negli ultimi mesi abbiamo assistito alla destabilizzazione dell’Africa francofona, al Nagorno-Karabakh e alla recrudescenza di azioni militari turche contro i curdi in Siria.
Quanto avviene nella striscia di Gaza è dunque l’ultimo caso in ordine di tempo ma il più importante assieme al conflitto in Ucraina. È anche tra i più complicati da comporre vista l’irrilevanza dell’interlocutore istituzionale Anp, guidata dallo screditato Abu Mazen e l’oggettiva difficoltà di considerare controparte Hamas. Ancor più dopo le efferatezze perpetrate ed esibite. Che innalzano il già alto tasso di odio reciproco che appare oggi inestirpabile. L’immediato coordinamento tra gli Stati Uniti e i principali leader europei, tra i quali la presidente Meloni, ha rappresentato un passaggio politico quanto meno tempestivo, nelle ore successive all’attacco. Così come, sul piano interno italiano, va registrata la posizione più costruttiva che unitaria espressa dal Parlamento.
Tuttavia è generalmente in capo alle grandi Potenze la responsabilità di favorire o consentire iniziative politiche a margine del manifestarsi dei conflitti. La postura cioè del “giorno dopo”. Con il tempo e con il dovuto approfondimento dovrà ad un certo punto analizzarsi anche cosa si sarebbe potuto fare il “giorno prima”, vale a dire negli anni che hanno preceduto l’esplosione di pochi giorni fa. In questa analisi sarà gioco forza interrogarsi anche su quanto sia oramai insostenibile il divario in Europa tra una gestione sostanzialmente normativa e finanziaria delle relazioni esterne ed una vera e propria capacità di agire come soggetto politico della politica estera. Mentre ancora si discuteva la settimana scorsa a Granada sulle prospettive di allargamento della Ue ad est con il corollario di aperture narrative accompagnate dalla contestuale esigenza - espressa da molti - di rivedere le regole di funzionamento dell’Unione, tuttora zavorrate dal diritto di veto in politica estera, difesa e bilancio, la recente riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della Ue su Gaza ha confermato il tradizionale tratto di incompiutezza di questo formato. Ben rappresentato dalle note formule di sostegno, condanna e richiamo alle regole. Condizione necessaria, beninteso, ma oramai non più sufficiente. Ammesso che lo sia mai stata.
Nello specifico occorrerà chiedersi se tale vivere alla giornata della Ue in quella regione sia stato ascrivibile ad una scelta politica o quanto piuttosto alla presa d’atto che l’attuale “cassetta degli attrezzi” delle norme europee in politica estera non consente di muoversi adeguatamente. Con simmetrico esonero dal formulare anche una strategia. Nessuna iniziativa politica di rilievo nel corso degli anni mentre sullo sfondo cresceva il ruolo di Hamas in competizione con l’Anp per la leadership nella rappresentanza del popolo palestinese. Da esercitarsi con durezza all’interno ed anche con atti terroristici all’esterno. L’Unione Europea farebbe dunque bene ad interrogarsi su questa ed altre sfide anche al netto dell’ulteriore, prevedibile stallo imposto dalle prossime elezioni europee. La riflessione oramai non potrà ignorare l’esigenza di rivedere le attuali regole che ingessano la Ue in politica estera.
Il dibattito già in corso a proposito di un futuro allargamento comincia ad essere improntato alla contestuale esigenza di semplificazione decisionale. Gli eventi di queste ore ci mostrano che anche su tragedie come questa attorno e dentro Gaza sarebbe bene disporre di strumenti decisionali che consentano un grado più accettabile di “rilevanza”.