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Se muoiono anche le parole

Una scrittrice israeliana, Ayelet, dice che ora scrivere le pare impossibile: non riesce nemmeno a rassicurare il suo bambino
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Dice che per la prima volta nella sua vita scrivere non le sembra possibile. Dice che era abituata a usare le parole per capire il mondo, ma questo è un mondo che semplicemente non riesce a capire. È una scrittrice israeliana quarantenne, Ayelet. Una scrittrice a cui – per la prima volta nella vita – scrivere non sembra possibile. L’ho conosciuta a Roma, abbiamo dialogato più volte. Vive a Tel Aviv, le chiedo come sta. Mi racconta di avere lasciato la città con la sua famiglia per muoversi verso il nord del Paese, sperando che la guerra non si estenda. Qualche mese fa mi aveva scritto: se passi da Tel Aviv, sentiamoci per un caffè o una cena. Penso alla tristezza, alla paura e alla rabbia con cui ha vissuto le ore in cui le arrivavano messaggi di amici nel kibbutz durante l’attacco dei terroristi.

Dice che per la prima volta nella sua vita scrivere non le sembra possibile. Dice che era abituata a usare le parole per capire il mondo, ma questo è un mondo che semplicemente non riesce a capire. È una scrittrice israeliana quarantenne, Ayelet. Una scrittrice a cui – per la prima volta nella vita – scrivere non sembra possibile. L’ho conosciuta a Roma, abbiamo dialogato più volte. Vive a Tel Aviv, le chiedo come sta. Mi racconta di avere lasciato la città con la sua famiglia per muoversi verso il nord del Paese, sperando che la guerra non si estenda. Qualche mese fa mi aveva scritto: se passi da Tel Aviv, sentiamoci per un caffè o una cena. Penso alla tristezza, alla paura e alla rabbia con cui ha vissuto le ore in cui le arrivavano messaggi di amici nel kibbutz durante l’attacco dei terroristi.

Mi viene in mente un suo romanzo. Racconta di un uomo che entra armato di machete in una sinagoga: “Non era un film d’azione. Si trattava di persone vere, e quello era il momento in cui la loro vita era andata distrutta”. Descrive gli incubi notturni, la paura che si infiltra nella quotidianità e ne prende possesso. L’ansia, un senso di allarme che non va via, che coincide con l’essere in vita. La percezione dolorosa della vulnerabilità che è di tutti, ma pesa come una condanna personale. È una scrittrice: adopera le parole. Lo fa per disegnare paesaggi e psicologie. Qualcuno posa una mano sulla spalla di un altro. Qualcuno piange nel sonno. Servono parole per dire questo. Servono parole perché un personaggio femminile, in una pagina di un romanzo, possa esprimersi così: “Ma io non sono pazza, Uri, è il nostro Paese a essere pazzo”. E poi: “Ho sognato che abitavamo ancora nel nostro vecchio appartamento, a Tel Aviv. Amavo Israele. La amavo come una donna maltrattata ama il marito che la picchia, ma sa che si deve allontanare per salvare i propri figli”.

Questo è un romanzo. Un romanzo è fatto di parole, che aspettano di essere lette. Le parole non lette – ha scritto lei una volta – “perdono sapore, sono un albero caduto in mezzo al bosco che marcisce senza che nessuno se ne accorga”.

Nella realtà che sta vivendo in queste ore, mancano le parole per rassicurare il suo bambino di sei anni. Itamar non vuole andare a dormire perché ha paura che i terroristi entrino in casa nel cuore della notte. Dove sono le parole buone per consolare? Ci sembra che le parole siano sempre lì, a disposizione, un bene immateriale e senza prezzo, sempre a portata di mano, di voce. Esistono invece luoghi dell’esistenza in cui le parole mancano come può mancare l’aria o l’acqua. Mancano le parole per consolare, per rispondere. Anche solo per descrivere un evento, per traghettarlo dallo spazio fisico in cui è accaduto a uno spazio linguistico che lo certifica, lo rende narrabile e comprensibile. Nelle cronache dell’agguato di Kfar Aza mi è sembrato di cogliere un’esitazione, un affanno nel racconto di diversi cronisti. Un’esitazione lessicale, una sintassi che si spezza.

Forse è solo un’impressione, un’autosuggestione, ma può accadere: ciò che iperbolicamente definiamo l’indicibile si incarna. Si oppone alla comprensione e di conseguenza alle parole. Le respinge, le cancella. Le rende ineffettive, disarmate e vuote. Così la retorica che spesso ci salva da un imbarazzo, individuale e collettivo insieme, si inceppa. La retorica diciamo pure onesta che ci permette di distanziarci dall’orrore, rubricandolo come disumano quando tuttavia anche il disumano è nell’umano. Qualche volta non funziona. È disseccata, impraticabile.

Uno scrittore, una scrittrice lavorano contro ogni retorica e sfidano per statuto l’indicibile. Emmanuel Carrère, seguendo il processo sulla strage del Bataclan, cerca di superare con le sue pagine perfino l’ambizione del processo che segue in veste di reporter-romanziere: quella di mostrare “da ogni angolatura, dal punto di vista di tutti gli attori, che cos’è successo quella notte”. Ha davanti agli occhi “uomini rotti a tutto” che, ricordando, scoppiano a piangere. Come l’autista di un’ambulanza fotografato martedì a Gaza. Come stabilire il prezzo delle lacrime?, si domanda Carrère, a cui le parole non mancano. Anche le parole hanno un prezzo: lo sa, lo dice. E si avverte la fatica con cui fissa su carta la domanda più ricorrente dei familiari delle vittime del massacro: “Ha sofferto?”. La risposta è impossibile. In quel silenzio attonito le parole sono sconfitte. Muoiono: come coloro che non potranno più pronunciarne. Né c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare – ha scritto un sopravvissuto di Hiroshima – “le vittime che non sanno il perché della loro morte”.

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