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Marrakech, lo stallo dell’Fmi

Marrakech (Marocco), 12 ottobre: Ajay Banga, Mohammed Aljadaan e Situmbeko Musokotwane al summit annuale di Fmi e Banca Mondiale

 (reuters)
Il Fondo monetario internazionale si trova in una impasse che non gli permette di elargire i fondi di cui dispone
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Marrakech è un bel posto per ospitare i lavori del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, perché qui trent’anni fa furono siglati gli accordi per creare il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio.

Tornarci in questi giorni ha un significato diverso che non riguarda soltanto la volontà di affrontare la crisi globale, tra guerra in Ucraina e in Israele, ma anche di sconfiggere quella crisi che, partendo dalle nazioni in via di Sviluppo, come quelle africane, sta minando le fondamenta dello stesso Fondo monetario e della sua politica di finanziamento.

Come molte istituzioni liberali nate dopo la Seconda guerra mondiale, anche l’Fmi, figlio della conferenza del 1944 di Bretton Woods, ha da sempre servito gli interessi degli Stati Uniti dietro la parvenza di voler rappresentare sotto un’unica bandiera tutta l’umanità.

Sebbene siano 190 i Paesi che ne fanno parte e per le decisioni serva l’85% del capitale, è spesso accaduto che siano stati gli Stati Uniti con il loro 1…

Marrakech è un bel posto per ospitare i lavori del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, perché qui trent’anni fa furono siglati gli accordi per creare il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio.

Tornarci in questi giorni ha un significato diverso che non riguarda soltanto la volontà di affrontare la crisi globale, tra guerra in Ucraina e in Israele, ma anche di sconfiggere quella crisi che, partendo dalle nazioni in via di Sviluppo, come quelle africane, sta minando le fondamenta dello stesso Fondo monetario e della sua politica di finanziamento.

Come molte istituzioni liberali nate dopo la Seconda guerra mondiale, anche l’Fmi, figlio della conferenza del 1944 di Bretton Woods, ha da sempre servito gli interessi degli Stati Uniti dietro la parvenza di voler rappresentare sotto un’unica bandiera tutta l’umanità.

Sebbene siano 190 i Paesi che ne fanno parte e per le decisioni serva l’85% del capitale, è spesso accaduto che siano stati gli Stati Uniti con il loro 17,4% dei diritti di voto a indirizzare le scelte più importanti. Non è un caso che tra i principali beneficiari dei fondi ci siano oltre all’Argentina, l’Egitto e il Pakistan, partner strategici degli Stati Uniti.

Oggi una delle missioni principali dell’Fmi, nato con l’obiettivo di garantire la stabilità finanziaria mondiale, consiste nel soccorrere le economie, soprattutto quelle emergenti. E fino a qualche anno fa tutto filava liscio.

Quando si doveva ristrutturare il debito di un Paese in difficoltà, si passava prima attraverso il Club di Parigi, composto da 22 Paesi tra le principali economie mondiali (gli Stati Uniti, più i Paesi occidentali, più Brasile, Russia e Giappone), dove si decideva se cancellare o no parte del debito per permettere al Paese di ripartire. Poi il Fondo, avvenuta la svalutazione o la cancellazione del debito da parte dei creditori, procedeva con nuovi prestiti.

Oggi, però, non funziona più così e l’Fmi si trova in una impasse che non gli permette di elargire i fondi di cui dispone, tanto che dei mille miliardi che ha raccolto dal 2020 ad oggi per far fronte alla crisi innescata dal Covid, ne ha impiegati solo 51.

Negli ultimi due decenni, oltre al Fmi, hanno iniziato a farsi avanti altri finanziatori globali, come la Cina o l’Arabia Saudita, con l’intenzione prima di espandere la propria sfera di influenza costruendo infrastrutture e poi di accaparrarsi le risorse naturali di quei Paesi.

L’esempio più eclatante è la Belt and Road Initiative (Bri), lanciata nel 2013 dalla Cina per investire milioni di dollari in Paesi emergenti nella speranza di creare futuri partner commerciali. Oggi quella “strada” è lastricata di debiti perché oltre il 60% dei Paesi che ne hanno beneficiato sono in crisi finanziaria e ci sono almeno 65 Paesi che devono alla Cina più del 10% del loro debito estero.

Molti di quei Paesi si trovano ad essere debitori tanto dell’Fmi quanto della Cina. E se da una parte il Fondo ha correttamente cambiato rotta rispetto al passato ed è diventato molto più disposto a fare pressione sulla ristrutturazione del debito sovrano sui creditori riluttanti, dall’altra la Cina rifiuta di svalutare e prendersi lei le perdite dei Paesi in difficoltà, perché ritiene i suoi prestiti come quelli di un Paese in via di sviluppo a un altro Paese in via di sviluppo.

Con il risultato che il Fondo monetario non vuole elargire finanziamenti ulteriori per salvare i Paesi in difficoltà, perché teme che, senza una svalutazione, i propri fondi possano servire a ripagare i debiti verso la Cina.

Per provare a uscire dall’impasse è necessario far sedere tutti allo stesso tavolo, non solo i membri del Club di Parigi, ma anche chi non ne fa parte, come la Cina per esempio.

Un primo mezzo risultato si è avuto non a Marrakech, ma a Lusaka, la capitale dello Zambia. Il secondo produttore di rame dell’Africa e i suoi 19,4 milioni di abitanti sono stati lasciati in un limbo finanziario dal 2020 a oggi, senza poter accedere a un salvataggio del Fmi da 1,3 miliardi di dollari, perché la Cina, il principale creditore del Paese, e altri finanziatori si sono scontrati per mesi su una proposta di riduzione di circa la metà del valore di quasi 13 miliardi di dollari di debiti.

A giugno, i creditori guidati dalla Cina hanno accettato un periodo di grazia di tre anni sui pagamenti degli interessi, aprendo la strada per il salvataggio dell’Fmi. E la condizione dello Zambia è molto diffusa.

Sta tutto qui il senso di Marrakech come sede dell’Annual meeting dell’Fmi.

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