Medio Oriente, una coalizione contro il terrore
di Claudio GrazianoIl disprezzo e l’umiliazione della sacralità della vita prima, e del cadavere poi, rappresentano la distanza infinita fra la barbarie e l’etica militare. Purtroppo, ogni conflitto porta con sé il peso insostenibile della perdita di vite umane, talvolta anche di civili. Quello che però non è né accettabile, né tollerabile – ancor meno per un militare - è l’esecuzione di civili indifesi e, peggio ancora, il vilipendio dei corpi esanime.
Tutto ciò è ancor più vero per il giudaismo. La religione e la cultura del popolo ebraico, infatti, richiedono che ogni corpo, ogni brandello, ogni goccia di sangue, trovi pace nella terra attraverso una degna sepoltura, al fine di ristabilire un equilibrio e permettere che “Dio possa tornare a sorridere”. La dignità dei corpi e il rispetto per la vita umana rimangono pilastri fondamentali, persino in tempi di conflitto, e il mantenimento di tali principi è un richiamo alla responsabilità morale che ogni nazione deve affrontare.
Il disprezzo e l’umiliazione della sacralità della vita prima, e del cadavere poi, rappresentano la distanza infinita fra la barbarie e l’etica militare. Purtroppo, ogni conflitto porta con sé il peso insostenibile della perdita di vite umane, talvolta anche di civili. Quello che però non è né accettabile, né tollerabile – ancor meno per un militare - è l’esecuzione di civili indifesi e, peggio ancora, il vilipendio dei corpi esanime.
Tutto ciò è ancor più vero per il giudaismo. La religione e la cultura del popolo ebraico, infatti, richiedono che ogni corpo, ogni brandello, ogni goccia di sangue, trovi pace nella terra attraverso una degna sepoltura, al fine di ristabilire un equilibrio e permettere che “Dio possa tornare a sorridere”. La dignità dei corpi e il rispetto per la vita umana rimangono pilastri fondamentali, persino in tempi di conflitto, e il mantenimento di tali principi è un richiamo alla responsabilità morale che ogni nazione deve affrontare.
L’attacco senza precedenti di Hamas a Israele ha combinato tattiche terroristiche con guerra irregolare e operazioni informative, che aprono un nuovo capitolo della guerra arabo-israeliana. Sebbene il conflitto sia ancora nelle prime fasi, alcune sfide di lungo termine per l’Occidente sono già evidenti e il modo in cui Israele risponderà, plasmerà l’evoluzione della crisi e delle conseguenze geostrategiche. Tra le molte, tre richiedono un’attenzione particolare.
Innanzitutto, il terrorismo è tornato in testa dell’agenda della sicurezza globale. La portata e la natura dell’attacco di Hamas ha riportato il terrorismo ad essere una preoccupazione per il pubblico e per i decisori politici su entrambe le sponde dell’Atlantico. Così come l’invasione dell’Ucraina ha mostrato che la guerra tradizionale non poteva essere consegnata agli archivi della storia, allo stesso modo gli attentati dello scorso fine settimana ci hanno ricordato che la stagione del terrorismo non può essere considerata superata. Come non possiamo considerare improbabile il ritorno di una stagione di attacchi stragisti di matrice jihadista contro obiettivi occidentali ispirati agli eventi di Gaza.
In secondo piano, si delineano la sagoma e le ambizioni di un attore la cui capacità nucleare rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza globale. Il conflitto in corso in Medio Oriente sottolinea drasticamente i rischi legati a un Iran dotato di armi nucleari. Se i partner regionali dell’Iran sono disposti a lanciare attacchi di tale portata oggi, quanto più aggressivi potrebbero essere sotto un ombrello nucleare iraniano? Una risposta efficace alle ambizioni nucleari dell’Iran appare sempre meno procrastinabile.
In terzo luogo, Nato e Ue – occupate sul fianco est - saranno costrette a dare maggiore priorità al fianco sud, ossia all’Africa e alla lotta al terrorismo. I partner transatlantici dovranno trovare il modo di conciliare l’esigenza continuativa di sostegno dell’Ucraina e il potenziale confronto con attori mediorientali che, come la minaccia russa nell’ultimo decennio, erano stati messi da parte.
“Quelli in cui viviamo sono decenni violenti, vale a dire spaventosi e sfortunati. Grandezza e felicità sono due condizioni che si alternano ed a noi non è concessa la scelta” scriveva Oswald Spengler autore de Il tramonto dall’Occidente.
L’Occidente – il cui tramonto è più lontano di quanti si cerchi di far credere - si trova di fronte a sfide complesse e interconnesse che richiedono risposte ponderate e coordinate. Esattamente il contrario di quanto avvenuto nell’agosto del 2021 a Kabul quando l’Occidente ha dato risposte impulsive e sconclusionate, palesando le sue fragilità e lasciando immaginare ai più critici, se non il tramonto dell’Occidente stesso, sicuramente l’inizio della fase storica che portato alla guerra in Ucraina e alla ripartenza del terrorismo.
Pertanto, l’eventualità che gli amici di Israele assumano una posizione chiara, ferma e corale potrebbe rappresentare la base necessaria per la costituzione di una possibile coalizione di Paesi che, dispiegando congiuntamente gli strumenti del potere - diplomatico, informativo, economico, militare – possa rappresentare un eccezionale strumento di deterrenza nei confronti di attori malintenzionati e, al tempo stesso, una garanzia per i Paesi arabi che hanno a cuore la stabilità regionale.
È chiaro che il successo di una simile iniziativa risiede nella eterogeneità della coalizione e, quindi, nella convinta e decisa partecipazione dei governi medio-orientali. Proprio a questi governi è chiaro che la sicurezza è il presupposto indispensabile per lo sviluppo economico. Ancor più chiaro è che l’eventuale allargamento del conflitto tra Hamas e Israele minerebbe drasticamente gli sforzi politico-economici che, proprio i Paesi del Golfo, hanno avviato da anni.
Come la comunità internazionale affronterà questa nuova fase di instabilità rimane incerto, ma una cosa è chiara: l’unità e la cooperazione transatlantica unitamente al coinvolgimento degli alleati regionali saranno fondamentali per affrontare le sfide a venire.