La carneficina terrorista messa in atto da Hamas in Israele non ha soltanto scatenato una nuova guerra alle porte dell’Europa: come per l’aggressione russa all’Ucraina una guerra dai costi umani terrificanti e dalle conseguenze geopolitiche potenzialmente catastrofiche.
Tra i suoi effetti collaterali – ne ha scritto Stefano Cappellini su queste pagine - c’è di avere dato voce in mondi vicini alla sinistra a giudizi, sentimenti, sensibilità impregnate di antisemitismo. Dato voce o più precisamente “ridato”: perché l’antisemitismo di sinistra ha una lunga tradizione alle spalle, non meno ricca di altre tipologie – l’antisemitismo d’impronta razzista, quello di matrice cristiana - di pregiudizio antiebraico. Quello che Levis Sullam ha chiamato L’archivio antiebraico …
La carneficina terrorista messa in atto da Hamas in Israele non ha soltanto scatenato una nuova guerra alle porte dell’Europa: come per l’aggressione russa all’Ucraina una guerra dai costi umani terrificanti e dalle conseguenze geopolitiche potenzialmente catastrofiche.
Tra i suoi effetti collaterali – ne ha scritto Stefano Cappellini su queste pagine - c’è di avere dato voce in mondi vicini alla sinistra a giudizi, sentimenti, sensibilità impregnate di antisemitismo. Dato voce o più precisamente “ridato”: perché l’antisemitismo di sinistra ha una lunga tradizione alle spalle, non meno ricca di altre tipologie – l’antisemitismo d’impronta razzista, quello di matrice cristiana - di pregiudizio antiebraico. Quello che Levis Sullam ha chiamato L’archivio antiebraico – titolo di un suo libro del 2008 pubblicato da Laterza -, cioè il repertorio di concetti e simboli che hanno alimentato nei secoli il discorso antisemita, a partire dall’Ottocento si è andato popolando di una nuova generazione di immagini e stereotipi tutti riconducibili a una stessa categoria: l’antisemitismo sociale, che fino all’inizio del secolo scorso ha avuto cittadinanza nello stesso movimento socialista – da Proudhon ai sindacalisti rivoluzionari - con l’identificazione nell’ebreo della quintessenza dello spirito rapace del capitalismo, e che da decenni è un tratto ricorrente nella vulgata di molti movimenti cosiddetti “antagonisti”.
In questi casi l’antisemitismo veste i panni della solidarietà filopalestinese e in generale della rappresentazione di Israele come avamposto dell’Occidente affamatore e persecutore dei poveri del mondo, ma utilizza argomenti e linguaggi inequivocabilmente antiebraici. Così in Italia nei tentativi ricorrenti di gruppi e associazioni varie, ogni 25 aprile, di estromettere i veterani della “brigata ebraica” – partigiani ebrei che combatterono contro i nazifascisti - dalle manifestazioni che celebrano la Liberazione. Così in questi giorni nelle abbondanti prese di posizione pubbliche che descrivono i macellai di Hamas come eroici difensori della causa palestinese. Un esempio? Le parole infami di Gabriele Rubini, “in arte” Chef Rubio, che grida tutti i giorni contro il “suprematismo ebraico” e che a proposito della strage compiuta da Hamas tra i ragazzi che partecipavano al Festival Supernova ha scritto: “Ballare a sfregio su terre occupate e vicino al carcere più grande al mondo (Gaza, ndr) comporta conseguenze”. Senza raggiungere questi livelli di delirio “rosso-bruno”, giustificazioni dei crimini di Hamas arrivano anche da intellettuali e politici ascrivibili alla sinistra cosiddetta radicale, su tutti il leader di “France Insoumise” Jean-Luc Mélenchon.
Nella contingenza drammatica di queste ore, la sinistra europea deve usare una duplice attenzione. Da una parte tenere alta la guardia contro i miasmi di antisemitismo variamente mascherato, tenerla tanto più alta poiché non sono estranei alla sua storia e al suo album di famiglia. Dall’altra accompagnare la condanna senza appello della condotta criminale di Hamas e la solidarietà con il popolo d’Israele colpito al cuore da questo sconvolgente attacco terrorista, con la capacità critica di vedere e di indicare le cause profonde di quello che sta succedendo: che attengono anche, indiscutibilmente e pesantemente, alla responsabilità politica e morale di chi ha governato Israele negli ultimi vent’anni abbandonando ogni vero proposito di pace con i palestinesi e lasciando incancrenire la piaga – sociale, umanitaria – rappresentata da due milioni di uomini e donne “rinchiusi” nella gabbia a cielo aperto di Gaza.
Richiamare con nettezza le colpe di Netanyahu e di molti governi israeliani per la tragedia in atto, ricordare che essa è anche il frutto avvelenato di settant’anni di occupazione illegale di territori che non appartengono allo Stato ebraico, e ancora affermare risolutamente che la reazione di Israele è legittima solo se non si trasforma in un’ennesima strage di civili innocenti: tutto questo non significa, come alcuni nel mondo progressista europeo sembrano temere, relativizzare la condanna del terrorismo di Hamas. Lo ha scritto con parole sofferte e perfette David Grossman su Repubblica. Questo doppio registro, del resto, è lo stesso adottato dai media progressisti israeliani dopo l’attacco di Hamas: ovviamente mobilitati al fianco di Israele aggredita, e però capaci di analisi rigorose e anche, visto il contesto, coraggiose sulle radici della tragedia in atto che chiamano in causa la responsabilità delle leadership israeliane. Sarebbe bene che la sinistra in Europa segua la stessa strada.