Il bivio di Meloni dopo il voto polacco
di Stefano FolliDonald Tusk
(reuters)Il risultato del voto in Polonia avrà in Europa ripercussioni a cui l’Italia è interessata in modo particolare. Non è una vittoria della sinistra, è bene non dimenticarlo, perché Tusk aderisce al Partito Popolare, quindi siamo nell’ambito del centro o del centrodestra. Tuttavia il dato è chiaro: vince una Polonia liberaleggiante che guarda all’Unione; perde una destra nazionalista, certo atlantica e anti-russa, ma altrettanto euroscettica. L’affermazione di Tusk sta nella capacità di coalizione, che gli permetterà di mettere in piedi un governo più facilmente dello spagnolo Sanchez, la cui vicenda assomiglia a quella polacca. Viceversa il premier uscente Morawiecki è finito in un vicolo cieco: ha, sì, ottenuto la maggioranza relativa, ma ha perso ogni possibilità di creare un’alleanza di governo. Nemmeno attraverso l’intesa eventuale con un’estrema destra le cui posizioni sono peraltro inaccettabili, tanto che l’ipotesi non è accreditata.
L’esito polacco favorisce l’establishment euro…
Il risultato del voto in Polonia avrà in Europa ripercussioni a cui l’Italia è interessata in modo particolare. Non è una vittoria della sinistra, è bene non dimenticarlo, perché Tusk aderisce al Partito Popolare, quindi siamo nell’ambito del centro o del centrodestra. Tuttavia il dato è chiaro: vince una Polonia liberaleggiante che guarda all’Unione; perde una destra nazionalista, certo atlantica e anti-russa, ma altrettanto euroscettica. L’affermazione di Tusk sta nella capacità di coalizione, che gli permetterà di mettere in piedi un governo più facilmente dello spagnolo Sanchez, la cui vicenda assomiglia a quella polacca. Viceversa il premier uscente Morawiecki è finito in un vicolo cieco: ha, sì, ottenuto la maggioranza relativa, ma ha perso ogni possibilità di creare un’alleanza di governo. Nemmeno attraverso l’intesa eventuale con un’estrema destra le cui posizioni sono peraltro inaccettabili, tanto che l’ipotesi non è accreditata.
L’esito polacco favorisce l’establishment europeo, quell’intesa parlamentare tra democristiani e socialisti, più i seguaci di Macron e “Renew Europe”, che a un certo punto sembrava minacciata dall’avanzare delle formazioni nazionaliste (“sovraniste”). L’idea, come è noto, era costruire dopo il voto del 2024 una possibile alternativa alla maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen. Una maggioranza fondata sui Popolari spostati a destra e il gruppo dei Conservatori di cui Giorgia Meloni è stata a lungo l’animatrice. Ma le cose non sono andate come qualcuno sperava. Il primo segnale si è avuto con le elezioni in Spagna. La nostra premier si era molto spesa per il partito neo-franchista di Vox, poi sconfitto nelle urne. Una scelta che è apparsa un po’ bizzarra, da parte del capo di uno dei governi più importanti dell’Unione, tanto più che le possibilità di una Spagna affidata all’asse Popolari-Vox erano giudicate comunque poco realistiche dagli osservatori.
È vero, sullo sfondo c’era la prospettiva dell’accordo Cdu-Csu-Conservatori in Europa, caldeggiata dal bavarese Weber, l’ala destra del partito che fu di Angela Merkel. Tuttavia l’operazione era sfilacciata già con il risultato spagnolo, mentre adesso, dopo la Polonia, appare naufragata in modo definitivo (nel frattempo abbiamo avuto anche la crisi dell’olandese Rütte). Si dirà che in Germania il disegno di Weber passava per velleitario fin dall’inizio. Ma non è questo il punto. La questione centrale è il tentativo della leader di FdI di mettere a punto una strategia europea alternativa in tutto o in parte all’asse che guida l’Unione.
Sotto questo aspetto la Polonia di Morawiecki rappresentava l’alleato più gradito: filo-atlantico senza esitazioni, sostenitore dell’Ucraina (almeno fino al raffreddamento recente dovuto a esigenze elettorali), anti-Putin; contrario all’immigrazione; scettico sull’Europa attuale. Non a caso si diceva che la Polonia fosse una sorta di Italia del Nord-est; oppure che l’Italia fosse una Polonia mediterranea. Ora a Giorgia Meloni resta il solo Orbán. Ma come
è ovvio non è la stessa cosa: filo-russo laddove la destra italiana è atlantica; con tendenze illiberali che da noi sarebbero improponibili.
Tutto questo porta a una conclusione. La premier dovrà decidere cosa fare della sua forza elettorale che resta notevole. Può insistere sulla linea cosiddetta “sovranista”, ma quel fronte si è disgregato e non esiste quasi più. Vorrebbe dire isolarsi. Oppure può avviare la trasformazione di FdI in un partito di centrodestra stile Popolari europei. Dentro una cornice destrorsa alla Weber, ma non oltre. In quel caso ci sarebbe un futuro, ma la strada non è semplice e richiede di sanare molte contraddizioni lasciate fin qui tra parentesi.