Manovra, quei calcoli da rivedere
di Carlo BastasinGravano seri dubbi sulla politica economica del governo, espressa nella Nadef e nella bozza di legge di bilancio. Le difficili condizioni dell’economia internazionale e l’intrinseca debolezza della finanza pubblica italiana mettono in questione il realismo degli impegni dichiarati dal governo, con implicazioni per la stabilità finanziaria del Paese.
Le previsioni del governo su crescita e debito restano troppo ottimistiche. Pur avendo rivisto al ribasso la crescita attesa dei prossimi anni, la distanza rispetto alle stime del Fondo monetario per il prossimo anno è di ben mezzo punto percentuale, e quasi altrettanto da quelle della Commissione, quanto basta a rendere non credibile l’impegno a una riduzione del rapporto tra debito e Pil.
Il governo inoltre ha ottenuto in Parlamento l’autorizzazione a fissare un nuovo scostamento di bilancio privo di giustificazioni economiche (calamità naturali o grave peggioramento congiunturale) ma motivato dalla propria agenda politica. Di conse…
Gravano seri dubbi sulla politica economica del governo, espressa nella Nadef e nella bozza di legge di bilancio. Le difficili condizioni dell’economia internazionale e l’intrinseca debolezza della finanza pubblica italiana mettono in questione il realismo degli impegni dichiarati dal governo, con implicazioni per la stabilità finanziaria del Paese.
Le previsioni del governo su crescita e debito restano troppo ottimistiche. Pur avendo rivisto al ribasso la crescita attesa dei prossimi anni, la distanza rispetto alle stime del Fondo monetario per il prossimo anno è di ben mezzo punto percentuale, e quasi altrettanto da quelle della Commissione, quanto basta a rendere non credibile l’impegno a una riduzione del rapporto tra debito e Pil.
Il governo inoltre ha ottenuto in Parlamento l’autorizzazione a fissare un nuovo scostamento di bilancio privo di giustificazioni economiche (calamità naturali o grave peggioramento congiunturale) ma motivato dalla propria agenda politica. Di conseguenza, il sentiero programmatico del deficit in rapporto al Pil è stato allentato: dal 5,3 per cento di quest’anno, al 4,3 nel 2024, il 3,6 nel 2025 e il 2,9 nel 2026.
Si tratta di obiettivi che hanno suscitato preoccupazione a Bruxelles e a Francoforte e che hanno indotto gli investitori in titoli ad allontanarsi dalle obbligazioni pubbliche italiane, causando un allargamento del differenziale rispetto ai titoli tedeschi.
Lo spread è ormai attorno ai 200 punti e il livello a cui vengono emessi i nuovi titoli è molto superiore alla crescita nominale stimata per i prossimi anni, una condizione che mette a rischio la sostenibilità della finanza pubblica.
Il governo riconosce che l’Italia dovrà far fronte nei prossimi anni a un aumento degli interessi passivi sul proprio debito pubblico (fino al 4,6% del Pil nel 2026), ma la stima è stata fatta nelle settimane precedenti alla pubblicazione della Nadef. Da inizio settembre i tassi sono aumentati di quasi 100 punti. Se tale aumento fosse strutturale e durasse nel tempo, l’onere sul debito aumenterebbe proporzionalmente.
È stata anche trascurata l’eventualità che, per contenere l’inflazione, la Bce debba mantenere elevati i tassi ancora per almeno un anno provocando sia un onere aggiuntivo per la spesa per interessi dello Stato, sia un ulteriore freno a consumi e investimenti, cioè alla crescita del Pil.
Nella prospettiva di un aumento, anziché di una diminuzione, del debito, non si possono escludere tensioni simili a quelle sperimentate dal nostro Paese in passato. Con una preoccupazione in più: la responsabilità del governo nell’avere aumentato il disavanzo e frenato la riduzione del debito non consentirà alla Bce di attivare gli strumenti con i quali potrebbe arginare eventuali eccessi dei mercati.
L’impiego di tali strumenti è legittimo, infatti, solo ai fini della stabilità monetaria, non per il finanziamento di disavanzi derivanti da scelte politiche dei governi. A questo si aggiunge l’impossibilità di ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità che l’Italia, unico Paese, ha scelto di non ratificare.
Al governo non resta che rivedere i propri calcoli e modificarli nella bozza di legge di bilancio sottoposta a Bruxelles. Alzare il disavanzo dello 0,7% del Pil per ottenere una crescita dello 0,3% si “giustifica” d’altronde solo con l’agenda elettorale ma a rischio di provocare instabilità finanziaria. Il deficit programmato va invece ridotto stabilmente e in misura convincente.