Non era mai successo che un presidente americano andasse in prima linea durante una guerra. Joe Biden lo ha fatto, esponendosi a un rischio enorme, non tanto fisico quanto politico. Soprattutto perché la sua visita lampo a Tel Aviv è avvenuta a poche ore dalla strage di civili nell’ospedale di Gaza City, con un’ondata di collera nel mondo arabo, ma anche di indignazione nella comunità internazionale. Il fatto che non abbia cancellato il viaggio, nonostante il re di Giordania, il presidente egiziano e quello dell’Autorità palestinese sia siano rifiutati di incontrarlo, indica quanto importante sia per il presidente americano la posta in gioco: in Israele, così come in Ucraina, due democrazie sotto attacco.
Mentre Biden era a colloquio a Tel Aviv con il premier Benjamin Netanyahu, a Pechino Vladimir Putin incontrava per un’ora e mezzo Xi Jinping per definire “uno stretto coordinamento strategico” nel quadro della loro “amicizia senza limiti”. La coincidenza di questi incontri, per…
Non era mai successo che un presidente americano andasse in prima linea durante una guerra. Joe Biden lo ha fatto, esponendosi a un rischio enorme, non tanto fisico quanto politico. Soprattutto perché la sua visita lampo a Tel Aviv è avvenuta a poche ore dalla strage di civili nell’ospedale di Gaza City, con un’ondata di collera nel mondo arabo, ma anche di indignazione nella comunità internazionale. Il fatto che non abbia cancellato il viaggio, nonostante il re di Giordania, il presidente egiziano e quello dell’Autorità palestinese sia siano rifiutati di incontrarlo, indica quanto importante sia per il presidente americano la posta in gioco: in Israele, così come in Ucraina, due democrazie sotto attacco.
Mentre Biden era a colloquio a Tel Aviv con il premier Benjamin Netanyahu, a Pechino Vladimir Putin incontrava per un’ora e mezzo Xi Jinping per definire “uno stretto coordinamento strategico” nel quadro della loro “amicizia senza limiti”. La coincidenza di questi incontri, per quanto dettata dalla casualità degli eventi piuttosto che dalle agende dei protagonisti, è una vivida illustrazione di quanto il paesaggio geopolitico globale sia stato ridisegnato dall’invasione russa dell’Ucraina e di quanto, ora, questo nuovo paesaggio sia pienamente messo in evidenza dalla guerra a Gaza.
Come l’Ucraina anche il nuovo conflitto israelo-palestinese comporta inevitabilmente una polarizzazione nello scontro tra democrazie e autocrazie. Perché la posta in gioco - ed è questo il primo messaggio che Biden ha voluto dare recandosi a Tel Aviv - sono i valori per i quali l’Occidente si è sempre battuto e che ora sono minacciati da Hamas, dalla Jihad islamica, dai “lupi solitari” che hanno ripreso a manifestarsi nelle capitali europee. Ha detto al New York Times Ulrich Speck, un politologo tedesco, “questo è un altro momento di chiarificazione geopolitica, come l’Ucraina, nel quale ogni Paese deve prendere posizione”.
Nella concatenazione delle coincidenze, alla vigilia del viaggio di Biden a Tel Aviv per dare “pieno sostegno” a Israele, gli ucraini hanno usato per la prima volta contro basi russe i missili Atacms, consegnati dagli Stati Uniti dopo essere stati a lungo richiesti da Kiev. E, mentre Putin e Xi si abbracciavano a Pechino, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov arrivava nella capitale della Corea del Nord per rilanciare la cooperazione politica e militare tra Mosca e Pyongyang, sancita nell’incontro di settembre tra Putin e Kim Jong-un ancora con un occhio alla guerra in Ucraina e la necessità della Russia di rimpolpare i suoi arsenali. La Corea del Nord si aggiunge all’asse tra Russia, Cina e Iran (ispiratore e finanziatore di Hezbollah in Libano e di Hamas a Gaza), che si è creato con l’ “operazione militare speciale” di Putin in Ucraina e si rafforza con l’attacco di Hamas a Israele. La contemporaneità di due conflitti così sconvolgenti è un evento eccezionale nella storia moderna. E richiede risposte altrettanto eccezionali e nette nella scelta di campo tra valori e disvalori: è questo il segnale che Biden ha voluto dare andando in prima linea.
Ma il presidente americano ha portato anche un messaggio politico molto chiaro a Benjamin Netanyahu. Lo ha detto nel suo discorso pubblico: «L’attacco di Hamas ha lasciato una profonda ferita nello Stato ebraico, che non dovrà però commettere gli stessi errori degli Usa dopo l’11 settembre». Il senso di queste parole è stato ulteriormente chiarito dal coordinatore della comunicazione del National Security Council della Casa Bianca, John Kirby: «Il presidente pone alcune domande ardue, ma le pone da amico». In sostanza Biden ha detto a Netanyahu: noi siamo dalla vostra parte, ma tu non puoi fare da solo e dovrai dirci che cosa vuoi fare. Aveva espresso lo stesso concetto a Zelensky, che non l’aveva presa benissimo. Ed è probabile che neppure Netanyahu la prenda bene perché Israele non è abituato a farsi dire da altri, neppure dall’amico americano (per parafrasare Kirby), come garantire la propria sicurezza.
Come Biden saprà gestire questo complicato rapporto con Netanyahu è davvero difficile da pronosticare. Ma il riferimento agli “errori degli Usa dopo l’11 settembre” sembra indicare almeno una strada: Israele non deve rischiare di mettersi dalla parte del torto (e le reazioni internazionali alla strage nell’ospedale di Gaza dimostrano quanto grande sia questo rischio). Biden ha annunciato, a conclusione della sua visita, lo stanziamento di 100 milioni di dollari per l’assistenza umanitaria a Gaza e Cisgiordania. E Netanyahu ha risposto al suo appello perché gli aiuti umanitari possano arrivare dall’Egitto alla Striscia. È un piccolo segnale che forse ha capito di dover dare retta all’ “amico americano”.